Gli accenti del verso

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Accento metrico o ictus

Con accenti del verso si intende che le sillabe che occupano determinate posizioni sono toniche: “accento sulla 4ª” o “accento di 4ª” significa che la 4ª sillaba del verso è tonica. (1)

Gli accenti del verso possono corrispondere a quelli di parola ma non necessariamente. L’accento di parola può infatti essere spostato in avanti (diastole) o indietro (sistole) per ragioni ritmiche, di rima o, più genericamente, di forma metrica del verso.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
(Par. XXXIII, 133)

Inoltre dal punto di vista della struttura metrica e del profilo ritmico di un verso non tutti gli accenti di parola hanno uguale rilevanza: sillabe normalmente non accentate possono portare un accento metricamente determinante e, viceversa, l’accento grammaticale su una determinata sillaba può essere metricamente (e ritmicamente) irrilevante.

Quel che fé pòi ch’elli uscì di Ravenna
(Par. VI, 61)

In questo caso per ottenere un endecasillabo regolare a minore (con accenti di quarta e decima sillaba) è necessario far cader un accento su “poi”, parola altrimenti atona.

Per queste ragioni in metrica si distingue l’accento grammaticale, o di parola, dall’accento metrico, che viene denominato ictus.
La disposizione degli ictus nel verso dà luogo ad una successione di sillabe toniche (tempi forti o arsi) e sillabe atone (tempi deboli o tesi).

 

La classificazione degli accenti del verso

Rispetto alla configurazione metrica e ritmica di un verso è possibile distinguere tra:

  • Accento obbligatorio: è quello che definisce il verso rispetto alla norma e quindi, essenzialmente, quello in ultima posizione.
  • Accenti principalisono quelli che determinano la correttezza di un verso rispetto alla sua forma canonica.
  • Accenti secondari: sono gli accenti non rilevanti rispetto al metro ma importanti per l’identificazione del profilo ritmico del verso.

Nell’endecasillabo, per esempio, è chiaramente obbligatorio l’accento sulla 10ª sillaba (altrimenti non sarebbe un endecasillabo) e sono principali gli accenti sulla 4ª o 6ª sillaba. Gli accenti secondari sono in posizione variabile: nelle forme canoniche si riscontra tuttavia una ricorrenza di accenti secondari sulla 7ª o 8ª nel caso di endecasillabo a minore (accento principale di 4ª) e sulla 2ª o 3ª nel caso di endecasillabo a maiore (accento principale di 6ª).

La classificazione degli accenti proposta sembra essere inclusiva e al tempo stesso non eccessivamente rigida: non vuole essere tuttavia né esaustiva né definitiva. Il dibattito in merito è da sempre aperto tra i metricisti.

Alcuni studiosi ritengono, per esempio, che per accenti obbligatori debbano intendersi tutti gli accenti che determinano la canonicità o non canonicità del verso (quindi, nel caso dell’endecasillabo quelli di 10ª e 4ª o 6ª), per accenti principali quelli che permettono di ascrivere un verso ad un tipo canonico piuttosto che ad un altro (quindi quelli di 7ª o 8ª nel caso di endecasillabo a minore e di  2ª o 3ª nel caso di endecasillabo a maiore) e, infine, per accenti secondari tutti gli altri accenti che sono in evidenza nel verso (2).

Altri distinguono invece semplicemente tra accenti principali e secondari e, anche in questo caso, le classificazioni sono differenti. C’è chi ritiene (3) che, tendendo sempre come riferimento esemplare l’endecasillabo, gli accenti principali siano quelli di 4ª, 8ª e 10ª, oppure di 4ª, 7ª e 10ª o, infine, di 6ª e 10ª e che tutti gli altri accenti siano da considerasi metricamente secondari. E chi, di contro, reputa principali solo gli accenti di 4ª e 10ª o di 6ª e 10ª e secondari tutti gli altri(4).

Comunque si voglia risolvere la questione è chiaro in ogni caso che si tratta di distinzioni puramente tassonomiche e di valore strettamente metrico, perché dal punto di vista ritmico possono assumere grande e persino maggiore rilievo accenti che metricamente sono da considerarsi secondari.

In Metrica e poesia Fubini, un maestro nell’interpretazione ritmica del verso, fornisce tre esempi significativi:

«Leggiamo la descrizione della fuga di Angelica nell’Orlando furioso:

Fúgge tra sélve spaventóse e scure,
per lóchi inabitáti, érmi e selvaggi.
che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
fatto le avea con subite paure
trovar di qua di là strani viaggi…
(Orlando furioso, I, 33)

Possiamo dire secondario, in questa ottava, il primo accento Fúgge, che, posto così in rilievo, dà quasi il tema dell’ottava stessa? […] Esso segna uno stacco dalla narrazione precedente, uno stacco che accompagna veramente la fuga di Angelica.

… per lòchi inabitati, ermi e selvaggi:

l’accento “secondario”, ma così importante, del verso precedente qui si sposta sulla 2ª sillaba, con un mirabile effetto di varietà […] In questa ottava quindi sono molto importanti gli accenti secondari, che con la loro varietà creano il movimento del ritmo […]» (5).

E ancora: «Ricordiamo il primo verso dell’Infinito:

Sémpre cáro mi fú quest’érmo colle…

l’accento principale dell’endecasillabo dovrebbe essere quello sulla 6ª sillaba; ma pensiamo ad uno che legga questo verso accentando il fu; reca veramente questa parola su se stessa l’accento sentimentale del verso? Sentiamo che gli accenti che spiccano sono quelli sulla 1ª e sulla 3ª, e che rispetto ad essi, come pure a quest’ermo, il fu si attenua: caro, quest’ermo recano su di sé la nota sentimentale della poesia e ci portano nell’intimità del poeta, che si abbandona alla contemplazione dell’infinito, con uno spontaneo immediato affetto; tutta la bellezza di questo verso è data da questo inizio leopardiano […]» (6).

Ultimo esempio:

«Leggiamo il verso […] dell’episodio di Farinata nell’Inferno:

Di súbito, drizzáto gridó: “Come
dicésti? “egli ébbe”? non viv’egli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”
(Inf., X, 67 sgg.)

L’accento che ha maggior rilievo è quello della 2ª sillaba (sùbito), in confronto al quale passa in secondo piano quello di drizzàto, e l’accento che porta la varietà nel verso è quello della 9ª, che si incontra improvvisamente con quello normale della 10ª e sembra interrompere il tempo regolare del verso: prima avevamo l’improvviso levarsi di Cavalcante nel presentire la morte del figlio, ed ora sentiamo il suo straziante grido di dolore. L’accento anomalo si fa valere con tanta intensità da diventare quello principale e segnare la nota più altamente drammatica dell’episodio; poi nel resto della terzina l’anomalia è richiamata alla costante dell’andamento dell’endecasillabo […]» (7).

 

Contraccento o accento ribattuto

Altro fenomeno piuttosto frequente che riguarda l’accentazione del verso è il cosiddetto contraccento accento ribattuto: si verifica nel caso in cui due sedi contigue siano entrambe occupate da sillabe decisamente toniche.
Se la ribattuta cade su due parole che hanno particolare spessore semantico all’interno del discorso, essa può avere un importante valore ritmico e una notevole rilevanza stilistica.

L’accento ribattuto può trovarsi in cesura o all’interno di un singolo emistichio, cadere su due sillabe contigue accentate grammaticalmente o anche solo metricamente, eventualmente staccate da dialefe o intervallate da una sillaba in sinalefe:

Se mortál vélo il mio veder appanna [3ª-4ª]
(Rvf 70, 35)

Piangendo paréa dícer: “Più non posso” [5ª-6ª]
(Purg., X, 139)

Ogne dolcézza, |^ógne pensero umile [4ª-5ª in cesura e sinalefe]
(Dante, Vita nuova, XXI, Ne li occhi porta, 9)

Al misero mortál, | náscere al pianto [6ª-7ª in cesura]
(Leopardi, Inno ai patriarchi, v. 7)

Quello spirto guerriér | ch’éntro mi rugge [6ª-7ª in cesura]
(Foscolo, Alla sera, v. 14)

Passa la nave mía | cólma d’oblio [6ª-7ª in cesura]
(Rvf 189, 1)

Le donne, i cavaliér, | l’árme gli amori [6ª-7ª in cesura]
(Orlando furioso, I, 1)

E quando dal nevóso |^áere inquiete [6ª-7ª in cesura e sinalefe]
(Foscolo, Alla sera, v. 5)

Il fior de’ tuoi gentíli |^ánni caduto [6ª-7ª in cesura e sinalefe]
(Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 4)

Vaghe stelle dell’Órsa, |^ío non credea [6ª-7ª in cesura e sinalefe]
(Leopardi, Le ricordanze, 1)

Io volsi Ulisse del suo cammín vágo [9ª-10ª]
(Purg., XIX, 22)

in queste stelle che ‘ntorno a lór vánno [9ª-10ª]
(Par., VII, 138)

fuor d’una che a seder si levò rátto [9ª-10ª]
(Inf., VI, 38)

poi che l’ardente Spirto vi féˇálmi [9ª-10ª in dialefe]
(Par., XXIV, 138)

 


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(1) P. Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino, 1996 (3ª ed. 2012), p. 55.
(2) Ivi, p. 56.
(3) Fubini, Pinchera…
(4) Per esempio Menichetti.
(5) M. Fubini, Metrica e poesia: Lezioni sulle forme metriche italiane. Dal Duecento al Petrarca. Vol. I, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 25.
(6) Ivi, p. 27-28.
(7) Ivi, p. 28-29.