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Nella metrica classica la cesura è la pausa ritmica che cade nel verso alla fine di una parola nel mezzo di un piede e divide il verso stesso in due elementi chiamati emistichi.
Per esempio, nel quinto esametro dell’Eneide:

Arma virumque cano, | Troiae qui primus ab oris

dopo cano si ha una cesura (segnata con |) che divide per metˆà il terzo piede “-no | Troi-”.

Nella metrica italiana la cesura non sempre è presente e, se c’è, non sempre è evidente o evidenziata.

L’unico caso in cui essa è certamente presente e va rilevata in sede di scansione e recitazione è quello dei versi doppi. Qui infatti la cesura ha lo stesso valore della pausa di fine verso, poiché effettivamente di due versi distinti si tratta, e la cesura stessa blocca ogni eventuale sinalefe:

Quando cadono le foglie, | quando emigrano gli augelli
e fiorete a’ cimiteri | son le pietre de gli avelli,
(Carducci, Giambi ed epodiLa sacra di Enrico Quinto, vv. 1-2)

Tra bande verdi gialle | d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre | scendeva nella valle.
(Gozzano, Le due strade, I, vv. 1-2)

Dagli atrii muscosi, | dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse | fucine stridenti,
(Adelchi, Atto III, Coro, v. 1-2)

Al mio cantuccio, | donde non sento
se non le reste | brusir del grano,
(Pascoli, L’ora di Barga, v. 1)

In tutti questi esempi la cesura è fissa e divide il verso in due membri indipendenti, rispettivamente: due ottonari, due settenari, due senari e due quinari.

E’ invece controversa e dibattuta la questione se esista e quale valore abbia la cesura nei versi lunghi, in particolare nell’endecasillabo.

L’endecasillabo è storicamente considerato costituito da un quinario più un settenario o viceversa: di regola la cesura cadrebbe pertanto dopo la parola che reca la quarta o la sesta sillaba accentata del verso (ovvero dopo il quinario o il settenario d’apertura).
Non si tratta tuttavia di una cesura fissa; inoltre i due emistichi non sono da considerarsi indipendenti (anzi) e non sono in alcun modo divisi da dialefe, come nel caso dei versi doppi. Al contrario, proprio la sinalefe consente a quinario e settenario di accoppiarsi a formare un endecasillabo:

Tanto gentile | e tanto onesta pare
(Dante, Vita nuova, XXVI, Tanto gentile, v. 1))

Qui abbiamo esattamente quinario + settenario con sinalefe in cesura.

In ogni caso, comunque la si voglia considerare, la cesura nell’endecasillabo non vale e non va interpretata come una pausa ritmica, a meno che la sintassi o il giro del discorso non la richiedano di per sé.