Il decasillabo

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Il decasillabo è un verso in cui l’ultima sillaba tonica è in nona posizione(1)

La forma che si può ritenere canonica ha accenti fissi su 3ª, 6ª e 9ª sillaba e ha un ritmo chiaramente anapestico e fortemente cadenzato.

E’ il cosiddetto decasillabo manzioniano, perché reso celebre da Manzoni in Marzo 1821 e nel coro dell’atto secondo del Conte di Carmagnola.

Sofferma3ti sull’a6rida spo9nda,
Volti i gua3rdi al varca6to Tici9no,
Tutti asso3rti nel no6vo desti9no,
Certi in co3r dell’anti6ca virtù9,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere:
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
(A. Manzoni, Marzo 1821, 1-8)

S’ode a de3stra uno squi6llo di tro9mba;
A sini3stra rispo6nde uno squi9llo:
D’ambo i la3ti calpe6sto rimbo9mba
Da cava3lli e da fa6nti il terre9n.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.
(A. Manzoni, Il Conte di Carmagnola, Atto II, Scena VI, Coro, 1-8)

E’ un verso raro nella tradizione poetica italiana e si è affermato nel Seicento come verso dei testi per musica, soprattutto nel melodramma.

Se mai senti spirarti sul volto
lieve fiato che lento s’aggiri,
di’: «Son questi gli estremi sospiri
del mio fido che muore per me».
Al mio spirto dal seno disciolto
la memoria di tanti martiri
sarà dolce con questa mercé.
(P. Metastasio, La clemenza di Tito, Atto II, Scena XV)

Sono decasillabi anapestici i versi delle famose arie Non so più cosa son e Non più andrai delle Nozze di Figaro di Lorenzo Da Ponte:

Non so più cosa son, cosa faccio…
Or di fuoco, ora sono di ghiaccio…
Ogni donna cangiar di colore,
Ogni donna mi fa palpitar.
(L. Da Ponte, Le nozze di Figaro, Atto I, Scena V)

Non più andrai, farfallone amoroso,
Notte e giorno d’intorno girando,
Delle belle turbando il riposo,
Narcisetto, Adoncino d’amor.
(L. Da Ponte, Le nozze di Figaro, Atto I, Scena VIII)

Il decasillabo viene ripreso da Pascoli e sottoposto a nuove sperimentazioni, soprattutto nei Canti di Castelvecchio.

In Myricae Pascoli usa sovente il decasillabo canonico in alternanza con novenari ad apertura giambica.
Si veda, per esempio, tutta la sezione Elegie: La felicità, Sorella, X Agosto, L’anello, Agonia di Madre, Lapide.

Sono tutti componimenti in quartine a schema AbAb in cui il primo ed il terzo verso sono decasillabi di 3ª-6ª-10ª, mentre il secondo e il quarto sono novenari con accenti di 2ª-5ª-8ª.
In virtù di un siffatto schema accentuativo i due tipi di versi risultano sostanzialmente omofoni: si produce infatti una sequenza continua di anapesti disposti a distici (––+––+––+– // –+––+––+–).

Io non so3 se più ma6dre gli si9a
la me2sta sore5lla o più fi8glia:
ella dolce ella grave ella pia,
corregge conforta consiglia.
(Pascoli, Myricae, Sorella, 1-4)

San Lore3nzo, io lo so6 perchè ta9nto
di ste2lle per l’a5ria tranqui8lla
arde e cade, perchè sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
(Pascoli, Myricae, X Agosto, 1-4)

In alcuni dei Canti di Castelvecchio Pascoli alterna decasillabi canonici a decasillabi con varazioni nello schema accentuativo, con accenti di (2ª)-4ª-6ª-9ª o (2ª)-4ª-7ª-9ª e con accenti di 3ª-5ª-9ª o 3ª-7ª-9ª.

Ne La tessitrice quattro quartine composte da tre decasillabi e un quinario finale a schema ABAb si alternano con tre terzine di decasillabi a schema CBC.

Mi son seduto su la panchetta [4-6-9]
come una volta… quanti anni fa? [4-6-9]
Ella, come una volta, s’è stretta [3-6-9]
su la panchetta.

E non il suono d’una parola; [4-6-9]
solo un sorriso tutto pietà. [4-6-9]
La bianca mano lascia la spola. [4-6-9]
(Pascoli, Canti di Castelvecchio, La tessitrice, 1-7)

Le ciaramelle è strutturata su dieci quartine di decasillabi a rima alterna con accenti prevalentemente di (2ª)-4ª-6-ª9ª (dove sovente, però, la seconda e la sesta sillaba richiedono un’esecuzione particolare che dia risalto ad accenti non particolarmente o per nulla marcati).

Udii tra il sonno le ciaramelle, [2-4-6-9]
ho udito un suono di ninne nanne. [2-4-6-9]
Ci sono in cielo tutte le stelle, [2-4-6-9]
ci sono i lumi nelle capanne. [2-4-6-9]

Sono venute dai monti oscuri [4-6-9]
le ciaramelle senza dir niente; [4-6-9]
hanno destata ne’ suoi tuguri [4-6-9]
tutta la buona povera gente. [4-6-9]
(Pascoli, Canti di Castelvecchio, Le ciaramelle, 1-8)

Ne L’ora di Barga si susseguono sette sestine di decasillabi a schema ABABCC. I decasillabi sembrano qui più che altro doppi quinari: non c’è infatti mai sinalefe tra le due parti dei singoli versi, dato che il secondo emistichio comincia sempre per consonante.

Al mio cantuccio, | donde non sento [2-4 | 1-4]
se non le reste | brusir del grano, [2-4 | 2-4]
il suon dell’ore | viene col vento [2-4 | 1-4]
dal non veduto | borgo montano: [2-4 | 1-4]
suono che uguale, | che blando cade, [1-4 | 24]
come una voce | che persuade. [4 | 4]
(Pascoli, Canti di CastelvecchioL’ora di Barga, 1-4)

L’imbrunire presenta sei strofe di quattro decasillabi ciascuna con schema ABACt DBDC>t, dove l’ultimo verso è sempre tronco. Il terzo ed il quarto verso di ogni strofa sono decasillabi canonici, mentre i primi due evitano l’accento di 6ª e hanno accentate la 5ª o la 7ª sillaba. I primi due versi hanno un ritmo più lento, discendente e l’esecuzione ne risulta in qualche modo interrotta: tanto maggiormente prende così risalto l’accelerazione dei due versi finali di ciascuna quartina, che scivolano spediti e armonici.

Cielo e Terra dicono qualcosa [3-5-9]
l’uno all’altro nella dolce sera. [3-7-9]
Una stella nell’aria di rosa, [3-6-9]
un lumino nell’oscurità. [3-6-9]

I Terreni parlano ai Celesti, [3-5-9]
quando, o Terra, ridiventi nera; [3-7-9]
quando sembra che l’ora s’arresti, [3-6-9]
nell’attesa di ciò che sarà. [3-6-9]
(Pascoli, Canti di Castelvecchio, L’imbrunire, 1-8)

In Addio! abbiamo strofe di cinque versi decasillabi allacciate a due a due da un ritornello (sempre decasillabo) che le precede e dalla rima tronca del verso finale. Lo schema è A BCBCDt A EFEFDt A HIHIGt A JKJKGt, con l’ultimo verso di ciascuna strofa sempre tronco.

Dunque rondini rondini, addio!

Dunque andate, dunque ci lasciate
per paesi tanto a noi lontani.
È finita qui la rossa estate.
Appassisce l’orto: i miei gerani
più non hanno che i becchi di gru.

Dunque, rondini rondini, addio!

Il rosaio qui non fa più rose.
Lungo il Nilo voi le rivedrete.
Volerete sopra le mimose
della Khala, dentro le ulivete
del solingo Achilleo di Corfù.

Oh! se, rondini rondini, anch’io…
(Pascoli, Canti di Castelvecchio, Addio!, 1-13)

Nelle sei quartine di Valentino si alternano infine endecasillabi con accenti di 4ª-7ª-10ª (versi dispari) e decasillabi con accenti di 4ª-6ª-9ª (versi pari). I decasillabi corrispondono agli endecasillabi fino all’accento sulla 4ª sillaba e si differenziano perché “manca una sillaba” nella seconda parte del verso. L’accento di 6ª, peraltro, richiede più volte un’esecuzione forzata di sillabe atone o quasi.

Oh! Valenti4no vesti7to di nuo10vo,
come le bro4cche de6i biancospi9ni!
Solo, ai piedi4ni prova7ti dal ro10vo
porti la pel4le de6 tuoi piedi9ni;

porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
(Pascoli, Canti di Castelvecchio, Valentino, 1-8)

 


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(1) P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991 (3ª ed. 2011) pp. 189-193; A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, pp. 103-111.