Endecasillabo

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L’endecasillabo è un verso in cui l’ultima sillaba tonica è in decima posizione.

Eccezion fatta per l’accento obbligatorio sulla decima sillaba, gli altri accenti dell’endecasillabo sono in posizione libera. Nel tipo prevalente, e perciò considerato canonico (quello della linea Dante-Petrarca-Bembo), esso prevede tuttavia un accento principale sulla quarta o sulla sesta sillaba.

 

Endecasillabo canonico

Se è tonica la quarta sillaba, il ritmo della prima parte corrisponde a quello di un quinario, ovvero di un verso minore rispetto alla porzione residua dell’endecasillabo, che è detto appunto a minore.

Se è tonica la sesta sillaba, il ritmo iniziale corrisponde a quello di un settenario, ovvero di un verso di misura maggiore rispetto alla porzione residua dell’endecasillabo, che viene detto pertanto a maiore.

Al di fuori di queste regole accentuative, il distribuirsi di eventuali altri accenti secondari all’interno dell’endecasillabo è libero. Si riconoscono tuttavia alcuni schemi accentuativi ricorrenti:

  • solitamente nell’endecasillabo a minore c’è un accento secondario sull’ottava o, meno frequentemente, sulla settima sillaba;
  • l’endecasillabo a maiore prevede invece generalmente un accento secondario sulla seconda o sulla terza sillaba.

Qualche esempio:

Nel mezzo del cammin di nostra vita [2-6-10]
mi ritrovai per una selva oscura [4-8-10]
(Inf., I, 1-2)

Per me si va ne la città dolente, (4-8-10)
per me si va ne l’etterno dolore, (4-7-10)
per me si va tra la perduta gente. (4-8-10)
(Inf., III, 1-3)

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. (4-7-10)
(Inf., I, 30)

A l’alta fantasia qui mancò possa; (2-6-10)
(Par., XXXIII, 142)

ma già volgeva il mio disio e ’l velle, (4-8-10)
sì come rota ch’igualmente è mossa, (4-8-10)
l’amor che move il sole e l’altre stelle. (2-6-10)
(Par., XXXIII, 142-145)

Tanto gentile e tanto onesta pare (4-8-10)
la donna mia quand’ella altrui saluta, (4-8-10)
ch’ogne lingua deven tremando muta, (3-6-10)
e li occhi no l’ardiscon di guardare. (2-6-10)
(Dante, Vita nuova, XXVI, 1)

Ne li occhi porta la mia donna Amore, (4-8-10)
per che si fa gentil ciò ch’ella mira; (6-10)
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira, (4-8-10)
e cui saluta fa tremar lo core, (4-8-10)
(Dante, Vita nuova, XXI)

Donne ch’avete intelletto d’amore, (4-7-10)
i’ vo’ con voi de la mia donna dire, (4-8-10)
non perch’io creda sua laude finire, (4-7-10)
ma ragionar per isfogar la mente. (4-8-10)
(Dante, Vita nuova, XIX)

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (4-8-10)
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core (4-8-10)
in sul mio primo giovenile errore (4-8-10)
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono, (2-6-10)
(Rvf 1, 1-4)

Solo et pensoso i piú deserti campi (4-8-10)
vo mesurando a passi tardi et lenti, (4-8-10)
et gli occhi porto per fuggire intenti (4-8-10)
ove vestigio human l’arena stampi. (6-10)
(Rvf 35, 1-4)

Se la mia vita da l’aspro tormento (4-7-10)
si può tanto schermire, et dagli affanni, (3-6-10)
ch’i’ veggia per vertù de gli ultimi anni, (2-6-10)
donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento, (1-6-10)
(Rvf 12, 1-4)

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (6-10)
che ’n mille dolci nodi gli avolgea, (2-6-10)
e ’l vago lume oltra misura ardea (4-8-10)
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; (4-8-10)
(Rvf 90, 1-4)

Placida notte, e verecondo raggio (4-8-10)
Della cadente luna; e tu che spunti (4-6-10)
Fra la tacita selva in su la rupe, (3-6-10)
(Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 1-3)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, (3-6-10)
E questa siepe, che da tanta parte (4-8-10)
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. (2-6-10)
(Leopardi, L’infinito, 1-3)

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne (2-6-10)
confortate di pianto è forse il sonno (3-6-10)
della morte men duro? Ove piú il Sole (3-6-10)
(Foscolo, Dei Sepolcri, 1-3)

Forse perché della fatal quïete (4-8-10)
tu sei l’immago a me sì cara vieni (4-8-10)
o Sera! E quando ti corteggian liete (2-4-8-10)
le nubi estive e i zeffiri sereni, (4-6-10)
(Foscolo, Alla sera, 1-4)

Fresche le mie parole ne la sera (1-6-10)
ti sien come il fruscío che fan le foglie (2-6-10)
del gelso ne la man di chi le coglie (2-6-10)
(D’Annunzio, La sera fiesolana, 1-3)

 

La cesura nell’endecasillabo

Nelle sue forme canoniche l’endecasillabo è quindi generalmente suddiviso in due parti (quinario + settenario o settenario + quinario) da una cesura. Quest’ultima va però intesa in senso lato, perché, strettamente parlando, si ha cesura solo tra i due emistichi di un verso doppio.

La cesura di 4ª cade alla fine della parola che ha l’accento in 4ª sede, quella di 6ª divide il verso al termine della parola che ha ictus in 6ª posizione.

La cesura nell’endecasillabo è essenzialmente un fatto metrico e non necessariamente ritmico: non si deve cioè pensare che la cesura vada messa in rilievo con una pausa nell’esecuzione del verso, a meno che, ovviamente, ciò non sia richiesto da altri elementi sintattici o fonetici.
Peraltro essa non è sempre facilmente individuabile e ci sono v
ersi in cui è poco o punto rilevabile:

Cerbero, fiera crudele e diversa
con tre gole caninamente latra
(Inf., VI, 13-14)

Nel primo verso c’è effettivamente un accento di 4ª e tuttavia è difficile dire che va collocata una cesura dopo la parola fiera, tanto è preponderante nel verso la parola cerbero, con quel suo fortissimo accento di 1ª.
Nel secondo verso la cesura dovrebbe poi cadere a metà della parola caninamente (cosa peraltro legittimata dall’origine etimologica dell’avverbio: canina / mente), tuttavia non è quasi avvertita e siamo portati a fare due pause, una prima e una dopo questa parola, che occupa praticamente metà dell’intero verso. Il verso si divide quasi in tre parti (con tre gole / caninamente / latra) e al centro c’è quella orribile parola, resa ancor più ampia, che squarcia il ritmo, come i latrati di Cerbero (1).

Altre volte, invece, l’endecasillabo sembra chiaramente scindersi nei suoi elementi e la cesura si fa sentire con intensità, tanto che questi elementi vengono a stare ognuno per sé e la pausa assume un grande rilievo:

«Vergine Madre, | figlia del tuo figlio,
umile e alta | più che creatura,
termine fisso | d’etterno consiglio,
(Par., XXXIII, 1-3)

Nell’endecasillabo canonico quarta e sesta possono inoltre essere entrambe toniche e in questo caso la cesura, e quindi l’identità a minore o a maiore del verso, è decisa dall’interpretazione metrica, dal senso del periodo e dalla sua sintassi o da scelte esecutive.

ché la diritta via | era smarrita [a maiore]
(Inf., I, 3)

Passa la nave mia | colma d’oblio
(Rvf 189, 1)

che la tempesta e ‘l fin | par ch’abbi a scherno
(Rvf 189, 5)

Celansi i duo mei dolci | usati segni
(Rvf 189, 12)

a seguitar costei | che ‘n fuga è volta
(Rvf 6, 2)

S’elli han quell’arte, disse, | male appresa
(Inf., X, 77)

Talora è invece problematico decidere se sia prevalente l’accento sulla quarta o sulla sesta sillaba e in tal caso si è soliti parlare di endecasillabo a minore / a maiore.

la vela rompe un vento humido eterno
(Rvf 189, 7)

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
(Inf., I, 4-6)

 

Endecasillabi non canonici

Le forme non canoniche dell’endecasillabo (quarta e sesta sillabe entrambe atone e impossibilità di porre l’accento principale su sillabe atone) sono molto rare.
Se ne ritrovano esempi con una certa frequenza nella poesia delle origini, ma anche in Dante.
Le forme più comuni comprendono (2):

Endecasillabi con accento di 5ª su parola piana o tronca:

vestito di novo | d’un drappo nero
(Dante, Rime, 72, 9)

con loro cantando | dimolti augelli
(Boccaccio, Ninfale fiesolano, 58, 8)

Amore spiatato, | trïompha, godi
(L. B. Alberti, Mirtia, 53)

e s’io pur conforto | l’anima trista
(Boccaccio, Amorosa Visione, red. A, XL 58)

Endecasillabi con accento di 5ª su parola sdrucciola:

che fa li miei spiriti | gir parlando
(Dante, Vita Nuova, XXVII, 10)

Endecasillabi con accenti di 3ª-7ª:

che non fosse divenuta pietosa
(Guittone, Ahi Deo, che dolorosa, PD. I, p. 192, 60)

ma sovente mi rinforza lo foco
(Cino da Pistoia, Io non posso celar lo mio dolore, PDS. LXXIII, 7)

Endecasillabi con accento di 4ª su voce sdrucciola:

ch’io son ancudine | d’ongni martello
(Monte Andrea, son. 43, 9)

Nella poesia del Novecento, in un clima generale di allontanamento più o meno netto dalla metrica tradizionale, si trovano numerosi esempi di endecasillabi volutamente non canonici:

Eravamo nell’età verginale [3-7-10]
(Montale, Ossi di seppia, Fine dell’infanzia, 69)

Qualche disturbata divinità [5-10]
(Montale, Ossi di Seppia, I limoni, 36)

La dubbia dimane non t’impaura [5-10]
(Montale, Ossi di seppia, Falsetto, 22)

Pende al muro un crocefisso d’avorio [3-7-10]
(Govoni, Armonia in grigio et in silenzio: Nel parlatorio d’un convento, 3)

Puoi imparare come avvenga si assenti [3-7-10]
(Ungaretti, Il Taccuino del Vecchio, 23, 2)

dagli occhi a mandorla, fiori di loro [4ª su parola sdrucciola]
(Govoni, Povera Juliet: La cara contraddizione, 11)

mentre si levano tremoli scricchi [4ª su parola sdrucciola]
(Montale, Ossi di seppia: Meriggiare pallido e assorto, 11)

Risvegli ceneri nei colossei [4ª su parola sdrucciola]
(Ungaretti, Sentimento del Tempo: D’Agosto, 7)

 

Duttilità ritmica dell’endecasillabo

In virtù della varietà del suo schema accentuativo l’endecasillabo è un verso molto versatile e si presta ad una grande duttilità ritmica. Verosimilmente anche per questa ragione esso è storicamente il verso principe della nostra tradizione e rientra nelle forme metriche più nobili (ballata, canzone, sonetto, ottava).

 


Torna su
(1) M. Fubini, Lezioni sulle forme metriche italiane. Dal Duecento al Petrarca. Vol. I, p. 47, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 47.
(2) A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 85-87.