L’enjambement: tre esempi stilistici e ritmici

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Nel post precedente abbiamo visto che l’enjambement determina la non coincidenza tra l’unità sintattica di un periodo e l’unità metrica del verso o, più precisamente, tra il termine logico-sintattico di un sintagma e la fine di verso.

Per farci un’idea della misura in cui l’enjambement possa essere una scelta metrica di grande impatto stilistico e ritmico possiamo confrontare brevemente tre componimenti di Petrarca, Foscolo e Leopardi, rispettivamente Rvf 35Alla seraL’infinito (1).

Sono tre componimenti di meditazione, ma molto diversa è la dinamica del suo svolgersi.

 

Petrarca, RVF 35

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Il sonetto del Petrarca, nonostante il travaglio interiore che esso comunica, è dominato da un supremo equilibro e da un profonda armonia.

Questo equilibro si rispecchia nella costruzione del periodo logico e ritmico: ogni verso è un’unità in sé compiuta, il senso è sempre conchiuso nel verso, il fluire dei versi è uniforme e lineare.
Il periodo e le sue unità minori si collocano armonicamente nel verso e negli emistichi e non si hanno pause né cesure eccezionali.

Non siamo indotti nella lettura a forti variazioni ritmiche e sono quasi assenti o comunque molto lievi gli enjambement. Possiamo registrare due minimi passaggi di senso da verso a verso nelle terzine, ma si tratta di passaggi realmente poco marcati, funzionali non tanto a creare stacchi ritmici o semantici, quanto piuttosto a inserire minimi movimenti per alleggerire l’uniformità generale del componimento, pur mantenendone la compostezza di fondo.

 

Foscolo, Alla sera

Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Foscolo mantiene la struttura generale del sonetto ma la stravolge dall’interno, portandola a nuovi sviluppi e a nuove possibilità espressive.

I periodi non si dispongono, come nel Petrarca, nel giro chiuso delle quartine: il secondo periodo inizia a metà del terzo verso (dopo sera) e continua nella quartina successiva.
Una susseguirsi di enjambement molto intensi contribuisce a spezzare continuamente il ritmo: il tormento del poeta è significato da questa ritmica altrettanto tormentata, inquieta e spezzata.

In mezzo a questi ritmi rotti si affaccia talora un endecasillabo perfetto e lineare (le nubi estive e i zeffiri sereni) e tanto maggiormente ci trattiene in quanto contrasta con l’andamento rotto precedente.

Dopo di che riprende la drammaticità della rappresentazione, con un fortissimo enjambement inquiete – tenebre e lunghe. Quindi, al termine della quartina e dopo un nuovo enjambement molto intenso (le secrete – vie), il periodo si chiude, di nuovo, con un verso normale.

Nelle terzine Foscolo riprende la rappresentazione della sua pensosità. E qui gli enjambement si susseguono e il senso si espande di verso in verso. Non solo: la proposizione si continua nella terzina successiva.

Nel verso di chiusura il ritmo si ricompone, pur senza affatto assopirsi e placarsi, in un memorabile endecasillabo a maiore, perfettamente scandito, anzi quasi “picchiato”, con quei quattro accenti marcatissimi e la durezza delle erre allitterate.

 

Leopardi, L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Anche questo è un componimento di meditazione, che però si sviluppa in maniera completamente diversa da quella del Foscolo e di Petrarca.

I primi tre versi hanno un andamento regolare, relativamente lento e cadenzato (l’attacco trocaico favorisce una musicalità piana e dimessa).
Poi nella parte centrale si ha un’accelerazione, segnata fortemente da enjambement intensi e consecutivi: il periodo logico non coincide mai con quello metrico e si conclude nel verso successivo:

Ma, sedendo e mirando, interminati – spazi di là da quella,
e sovrumani – silenzi
e profondissima quiete – io nel pensier mi fingo,
ove per poco – il cor non si spaura.
E come il vento – odo stormir tra queste piante,
io quello infinito – silenzio
a questa voce – vo comparando:
e mi sovvien l’eterno…

Eppure l’effetto che ne scaturisce non è di frattura bensì di continuità: il ritmo non è spezzato, ma è un continuo che procede a onde consecutive, favorito dall’assenza di pause forti a metà verso, da un andamento prevalentemente paratattico, dal legame fonico che le ripetute sinalefi creano tra parole consecutive anche tra verso e verso, dal ripetersi insistito della congiunzione “e”.
Qui realmente i versi trapassano l’uno nell’altro, in un movimento sinusoidale che sembra dare rappresentazione ritmica alla profondità dell’immensità e al trasporto della visione di Leopardi, un movimento ipnotico che trascina di onda in onda.

Onda_vert_DEF

Poi, improvvisamente, le inarcature tra verso e verso si interrompono, ma interviene il polisindeto a dare un’accelerazione finale al componimento,

Onda_orizz_DEF

con un movimento che da verticale (e, in una certa misura, vertiginoso) si fa più orizzontale.

Dopo di che tutto rallenta. Quella parola: “immensità” – lunghissima, veramente immensa, allungata ulteriormente dal suo esser tronca (l’accento in ultima posizione quasi la trascina in avanti) e che occupa da sola tutto il primo emistichio di un endecasillabo a minore – frena progressivamente il ritmo.
L’onda va diminuendo la sua ampiezza, fino a placarsi in quell’incredibile verso d’epilogo.

 


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(1) Le considerazioni che seguono prendono spunto (a tratti anche testualmente) da M. Fubini, Lezioni sulle forme metriche italiane. Dal Duecento al Petrarca. Vol. I, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 52-64.