L’enjambement

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L’enjambement (enjamber: scavalcare), altrimenti chiamato inarcatura, si verifica quando la pausa di fine verso introduce una frattura nell’unità logico-sintattica di una frase o di un sintagma.

In altre parole con l’enjambement «una cellula espressiva – per se stessa sintatticamente unitaria – viene spezzata in due elementi, di cui l’uno occupa le ultime sedi di un verso, e l’altro, scavalcando il confine metrico, si trova nelle sedi iniziali del verso successivo. Ai due elementi del sintagma scisso si danno talvolta i nomi, rispettivamente, di “controrigetto” e di “rigetto” […]. In tale figura sono dunque operanti nello stesso tempo una spinta proveniente dal metro a dividere ciò che forma un’unità logica e una controspinta motivata, appunto, da un’esigenza logica a riaccostare i due elementi divisi» (1).

Se il rigetto è costituito da una parola il cui termine non coincide con la cesura, l’effetto solitamente indotto dall’enjambement è quello di una pausa rilevante. Al contrario, se la fine del rigetto coincide con la cesura, la pausa data dall’enjambement è verosimilmente assorbita da quella di fine emistichio (sempre che questa ci sia effettivamente – vd. cesura).

Due esempi dalla Gerusalemme Liberata:

Al periglioso passo il vecchio ardito
corse, e sprezzò | di quei gran colpi il pondo
(Gerusalemme Liberata, XIX, 43, vv. 339-340)

Tancredi intanto i feri spirti e ‘l core
insuperbito | d’ammollir procura
(Gerusalemme Liberata, V, 45, vv. 353-354)

Data la sua natura, il grado d’intensità dell’enjambement dipende primariamente dal vincolo grammaticale che intercorre tra le parti del sintagma che viene da esso spezzato.

Si ha enjambement forte quando la fine di verso spezza un sintagma coeso, grammaticalmente unitario, mentre l’effetto dell’inarcatura è meno intenso quando nel punto di sutura tra un verso e il successivo la sintassi consente una pur lieve sospensione (2).
In genere non si parla proprio di enjambement quando la disposizione del materiale verbale è tale da suggerire un indugio a fine verso; altrimenti, dato che un testo costituisce sempre un’unità di senso, si finirebbe per vedere inarcature ovunque o quasi (3).

E’ evidente, però, che a determinare l’intensità di un enjambement concorrono anche altri fattori: le parole che lo compongono (per lunghezza, quantità e qualità vocalica e consonantica), il loro vincolo concettuale, il valore semantico che esse hanno nel contesto di riferimento, le pause che precedono o seguono e il periodo ritmico complessivo in cui esso è inserito.

Tentare quindi una classificazione dei tipi di enjambement sulla base del loro grado d’intensità è cosa alquanto problematica, perché troppo dipende dal contesto.

E’ preferibile pertanto attenersi ad una classificazione neutra basata esclusivamente sul nesso grammaticale che lega controrigetto e rigetto, senza ulteriori specificazioni timbriche.

 

Aggettivo / sostantivo:

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia
(Inf., I, vv. 73-74)

Fanno or con lunghi, or con finti e scarsi
colpi veder che mastri son del giuoco
(Orlando furioso, II, 9, vv. 9-10)

Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
(Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 165-166)

io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
(Leopardi, Le ricordanze, vv. 23-24)

 

Sostantivo / aggettivo:

Loda il vecchio i suoi detti; perché l’aura
notturna avea le piaghe incrudelite
(Gerusalemme liberata, X, 14, vv. 105-106)

e interrogarle, gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
(Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 283-284)

novo ciel, nova terra e quasi un raggio
divino al pensier mio. Così nel fianco
(Leopardi, Aspasia, vv. 27-28)

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s’avvinca,
(Pascoli, Myricae, Pervinca, vv. 1-2)

 

Sostantivo / complemento di specificazione:

e dico ch’un splendor mi squarciò ‘l velo
del sonno, e un chiamar: “Surgi: che fai?”.
(Purgatorio, XXXII, vv. 71-72)

Allor errai quando l’antica strada
di libertà mi fu precisa e tolta
(Rvf, 96, vv. 9-10)

E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
(Orlando furioso, XVI, vv. 15-16)

questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
(Foscolo, Alla sera, vv. 11-12)

piansi la bella giovanezza, e il fiore
de’ miei poveri dì, che sì per tempo
(Leopardi, Le ricordanze, vv. 111-112)

 

Complemento oggetto / verbo:

Mentre ei così la gente saracina
percote, e lor percosse anco sostiene
(Gerusalemme liberata, IX, 91, vv. 721-722)

che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
(Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 154-155)

 

Verbo / complemento oggetto:

all’alma sì: deh! Per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave
(Gerusalemme liberata, XII, 66, 3-4)

 

Preposizione / sostantivo relativo:

subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta
(Pur., XVIII, vv. 89-90)

 

Forme verbali composte:

Ed Elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
(Inf., XIII, vv. 139-140)

ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
(Pur., IX, vv. 22-23)

 

Soggetto / predicato verbale (e viceversa):

Ogni maceria gorgheggiava. I nidi
s’erano desti, delle rondinelle,
in fila sotto i capitelli neri.
(Pascoli, Inno a Roma, La lampada inestinguibile, vv. 632-634)

del greco mar, da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
(Foscolo, A Zacinto, vv. 4-5)

Una piccola summa di tipologie di enjambement è il sonetto O sonno… di Giovanni Della Casa, esempio tanto più significativo nella misura in cui è stato composto quando dominava il modello petrarchesco, che privilegiava l’equilibrio, la regolarità ritmica e la corrispondenza tra unità metrica e unità sintattica.

O sonno, o de la queta, umida, ombrosa
notte placido figlio; o de’ mortali
egri conforto, oblio dolce de’ mali
sì gravi ond’è la vita aspra e noiosa;

soccorri al core omai, che langue e posa
non have, e queste membra stanche e frali
solleva: a me ten vola, o sonno, e l’ali
tue brune sovra me distendi e posa.

Ov’è ’l silenzio che ’l dì fugge e ’l lume?
E i lievi sogni, che con non secure
vestigia di seguirti han per costume?

Lasso, che ’nvan te chiamo, e queste oscure
e gelide ombre invan lusingo. O piume
d’asprezza colme! o notti acerbe e dure!

In questo sonetto quasi ogni verso “scavalla” nel successivo, ma non ci sono inarcature da quartina a quartina, da fronte a sirma e da terzina a terzina.

L’enjambement è invece ancor più significativo, e perciò metricamente più rilevante, se situato fra due porzioni costitutive di una unità metrica di livello superiore, laddove generalmente ci si attende uno stacco sintattico. Per esempio tra le quartine e le terzine di un sonetto o al termine di una strofa, dove ci si attende un limite sintattico “forte”, se non (come normalmente) la fine di un periodo (4).

Nei due esempi seguenti l’enjambement è situato tra due terzine:

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.
(Inf., XXX, vv. 16-21)


Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: ” Maestro, fa che tu arrivi

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
che’, com’i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e niente affiguro ”
(Inf., XXIV, vv. 70-75)

Qui, invece, tra le quartine e anche tra l’ottetto e il sestetto di un sonetto:

Nè più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di Colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse?

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
(Foscolo, A Zacinto)

In quest’ultimo esempio, infine, ogni unità strofica travalica sintatticamente nella successiva:

Sopra la piazza aperta a una leggera
aria di mare, che dolce tempesta
coi suoi lumi in tumulto fu la sera
d’Epifania ! Nel fuoco della festa

rapita, ora ritorna a quella fiera
di voci dissennate, e si ridesta
nel cuore che ti cerca, la tua cera
allegra – la tua effigie persa in questa

tranquillità dell’alba, ove dispare
in nulla, mentre gridano ai mercati
altre donne più vere, un esitare

d’echi febbrili (i gesti un dì acclamati
al tuo veloce ridere) al passare
dei fumi che la brezza ha dissipati.
(Caproni, Sonetto d’Epifania)

 

L’enjambement ha un ruolo di grande rilievo nella storia della metrica e della poesia ed è una scelta metrica di grande impatto stilistico e ritmico. Per darne un’idea, nel prossimo post metteremo brevemente a confronto tre componimenti di Petrarca, Foscolo e Leopardi, rispettivamente Rvf 35Alla sera e L’infinito.

(Vai al post successivo)

 


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(1) A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 48 e sgg.
(2) Se a cavallo di due versi si pongono un aggettivo ed il sostantivo relativo, si ha un enjambement più forte che nel caso di sostantivo più verbo o di sostantivo più complemento (che non sia di specificazione).
(3) A. Menichetti, Prima lezione di metrica, Bari, Laterza, 2013.
(4) Ivi.