Figure d’accento

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Nell’identificazione di un verso è determinante la posizione dell’ultima sillaba tonica: è naturale pertanto che ogni eventuale variazione nella posizione degli accenti concorra al corretto computo delle sillabe metriche. Non sempre infatti gli accenti nella lingua poetica corrispondono a quelli della lingua usuale; questo in virtù di figure d’accento che determinano lo “spostamento” degli accenti grammaticali rispetto all’uso normale per ragioni di ritmo o di rima.

Per illustrare l’incidenza di queste figure sul conteggio delle sillabe metriche possiamo prendiamo due esempi puramente ipotetici:

  • se in un endecasillabo piano (11 sillabe di cui la penultima tonica) facciamo slittare sull’undicesima e ultima sillaba l’ultimo accento, quello che otteniamo non è più un endecasillabo, bensì un dodecasillabo tronco;
  • analogamente, se in un verso di dieci sillabe di cui l’ultima tonica spostiamo in avanti l’ultimo accento sulla penultima sillaba, ne otteniamo non più un endecasillabo bensì un decasillabo piano.

Le figure d’accento qui coinvolte prendono il nome di sistole e diastole.

 

Diastole

La diastole è lo spostamento dell’accento tonico verso la fine di parola (umìle per ùmile, simìle per sìmile):

… abbraccia terre il gran padre Oceàno
(U. Foscolo, Dei Sepolcri, v 291)

Gravi porta le ciglia e le palpèbre
di vino e di stupor tumide ed ebre.
(Marino, Adone, II, 30, 7)

miserere d’un cor contrito humìle.
Che se poca mortal terra caduca
amar con sí mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
(Rvf 366, 120)

Che n’andò per la terra e l’oceàno?
(Leopardi, La sera del dì di festa, 37)

calvi gravati di carni lugùbri
e gli astori co’ resti dei colùbri
(G. D’Annunzio, Alcyone, Ditirambo IV, vv 359-360)

negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
(Par., VI, 47-51)

e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.
Come quando la nebbia si dissìpa,
(Inf., XXXI, 34)

per li occhi il mal che tutto ’l mondo occùpa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
Maladetta sie tu, antica lupa,
(Pur., XX, 8-10)

E cominciai: «O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
divoto quanto posso a te supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».
(Par., XXVI, 91-96)

Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispàri,
ma pari in atto e onesto e sodo.
L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
(Pur., XXIX, 133-138)

Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo veleno.
Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
(Par., XIX, 64-69)

e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.
Veramente, ne forse tu t’arretri
movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s’impetri
(Par., XXXII, 142-147)

 

Sistole

La sistole è lo spostamento dell’accento tonico verso l’inizio di parola (pièta per pietà):

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta piéta.
(Inf., I, 19-21)

E ’l duca disse a me: “Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podèsta:
(Inf., VI, 93-96)

Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
(D’Annunzio, Alcyone, Il cervo, 22)