Nicola Gardini: cosa non deve fare un poeta

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Nelle pagine di congedo del suo Com’è fatta una poesia? (1) Nicola Gardini propone alcune “regole” per la scrittura in versi, elencando ciò che a suo avviso un poeta dovrebbe evitare e quali valori dovrebbe invece perseguire e coltivare.

Spero che Gardini non me ne voglia se condivido i suoi suggerimenti, che possono essere un interessante spunto di riflessione, oltre che un invito alla lettura del suo piacevolissimo libro.

Prima, però, due doverose premesse, per non rischiare di comprometterne pensiero e intenzioni.

Le regole che Gardini propone non sono assolute (o quantomeno non mi paiono esserlo) e non vogliono segnare una linea di demarcazione per la poesia tout court: sono piuttosto una sorta di vademecum metodologico principalmente rivolto a chi si avvicina all’arte di scriver versi.

Inoltre, perché non risultino rapsodiche, non possono essere slegate dal nucleo concettuale di Com’è fatta una poesia?, e cioè dai tre princìpi su cui per Gardini si regge la scrittura poetica: togliere (o scegliere), trasformare e ripetere. (2)

Il poeta toglie nella misura in cui nel campo di tutto ciò che potrebbe e vorrebbe dire isola un numero ristretto di oggetti e significati, selezionando gli elementi più rilevanti e combinandoli, così da creare rapporti e risonanze che trasportano oltre il letterale. (3)

Lo strumento di cui si serve per togliere e isolare è la forma, la cui funzione è strutturante e costrittiva, e il cui scopo è di consentire agli elementi e ai significati selezionati di emergere con maggiore intensità: «per secoli – osserva Gardini – la metrica regolare ha costituito per i poeti un mezzo molto comodo per escludere l’eccedente e l’irrilevante, e attuare l’intensità(4)

Una delle conseguenze immediate di questo processo di restrizione e concentrazione è l’oscurità, che non è “incomprensibilità”, bensì il portarsi in primo piano di quegli aspetti non semantici delle parole che fanno sì che un verso colpisca prima per come suona e poi per quel che dice (5): la poesia non nomina, ma suggerisce (6).

Oscurità ed evocatività sono poi due aspetti del trasformare: «in poesia certi elementi lessicali sono sottoposti a un processo di metaforizzazione, per cui assumono significati nuovi e rivelatori. Vengono cioè trasformati dal poeta.» (7)

Infine il ripetere: la funzione strutturante della misura è tutt’uno con la ripetizione e non c’è aspetto di un testo poetico che non lo dimostri: ritmo, sillabe, allitterazioni, assonanze e rime, forme strofiche, anafore, epifore ecc. (8). La ripezione ha la duplice funzione di avvincere e dare alle parole un rilievo che altrimenti non avrebbero. (9)

In estrema sintesi: «una poesia è uno spazio in cui, per effetto di una rigorosa selettività (il togliere), un’immagine nasce, si sviluppa e si compie (il trasformare) entro una struttura linguistica basata sulla ricorrenza di certi elementi incantatori (il ripetere).» (10)

Le regole proposte da Gardini vogliono essere essenzialmente un sostegno per non cadere nel “poetichese”, negli stilemi e nelle «espressioni liofilizzate del lirismo (cascate di rose, tramonti struggenti, l’aggettivazione abbondante e preziosa, pianti e singhiozzi, amore e morte e così via) – proprie dei cattivi poeti o di quelli che non si sono ancora formati.» (11)

In definitiva, sono un buon punto di partenza per evitare di chiamare poesia ciò che non lo è. E per di più aiutano a guardare in faccia la realtà, a far desistere il proprio ego, in un estremo atto di autocoscienza, dal pensarsi indebitamente poeta. In fondo, nulla eccita la nostra vanità quanto la debolezza di crederci poeti.

 

Cose che il poeta deve evitare

  1. «il paragone introdotto da “come”: banale;
  2. l’aggettivo (un aggettivo sta sempre al posto di un’immagine che non si è stati capaci di sviluppare, oppure completa un sostantivo semanticamente debole, dunque sbagliato: in poesia non ci possono essere sostantivi sbagliati. Se proprio lo si deve usare, che sia un aggettivo piano, e non lezioso – piano, e vivacizzato dal ritmo);
  3. il participio passato (casa dimenticata, cosa mai vista ecc.: come l’aggettivo, i participi fermano lo svolgimento);
  4. l’imprecisione (fiore anziché rosa o giglio…);
  5. i colori (che vanno sostituiti dalla cosa colorata: zafferano e non giallo, fragola e non rosso ecc.);
  6. l’aggettivo sostantivato (es., l’argenteo dei suoi capelli. E’ una figura pretenziosa, obsoleta, che comunica falsità);
  7. l’infinito sostantivato (es., le ceneri del mio amare. Suggerisce genericità);
  8. i termini iperletterari, colti o arcaizzanti o “poetici”;
  9. i termini generici e astratti: giovinezza, coscienza, tremante ecc.;
  10. i costrutti nominali (quelli privi di verbo), come “Verso il tramonto / del nostro tempo / la vita di un fiore” (di gusto ermetico, ungarettiano… puzzano di letture scolastiche; di modernità invecchiata. Il poeta deve sempre dare l’impressione, scrivendo, di parlare del presente);
  11. il metalinguaggio: poeta, poesia, parola, grido, voce ecc. (queste cose meglio le si lasci a chi ha più esperienza);
  12. gli stilemi di scuola ermetica: l’uso bislacco delle preposizioni: “antico di venti”; oppure i plurali poetici senza articolo, al posto del singolare con articolo determinativo: alberi, anziché l’albero o quell’albero o il tuo albero, la soppressione dell’articolo davanti al singolare: ombra mi copre;
  13. la prima persona quando è sostituibile da un’altra (l’onnipresenza del pronome io può risultare stucchevole e non sempre efficace);
  14. i pleonasmi;
  15. l’ablativo assoluto;
  16. l’accusativo alla greca;
  17. troncamenti: cuor, amor, ancor;
  18. i proverbi (in una poesia niente è presupposto o noto a priori).

Quattro cose che il poeta deve fare

  1. Usare il concreto al posto dell’astratto (modelli: Pascoli, Montale, Heaney ecc.);
  2. muovere la sintassi, lavorarla, creare sorpresa nella semplicità (modelli: Giudici, Sereni);
  3. ricorrere al parlato, riserva inesauribile di poeticità; “parlato” non significa prosa, ma enunciato concreto, unico, che è tutt’uno con la voce, come la scrittura poetica (modelli: ultimo Montale, Giudici, Sereni, T. S. Eliot, W. C. Williams);
  4. potenziare la capacità associativa (contrasti): una poesia, per quanto semplice, mette in corrispondenza sfere di significato che nella normale comunicazione quotidiana non troveremmo mai unite (modelli: Baudelaire, Rimbaud, Rosselli, Zanzotto).

I valori da coltivare

  1. L’efficacia e l’espressività (modelli: il Dante della Commedia);
  2. la semplicità e l’esattezza (modelli: il Dante della Vita nuova, Petrarca, il Leopardi degli Idilli e delle Canzoni, Yeats, Pound, il Giudici della Vita in versi);
  3. la sorpresa e l’inatteso (modelli: Zanzotto, Rosselli, Plath, Szymborska);
  4. l’esagerazione: ingrandire il piccolo, rimpicciolire il grande (modelli: Emily Dickinson, Pascoli, Ted Hughes).» (12)

 


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(1) N. Gardini, Com’è fatta una poesia, Milano, Sironi, 2007.
(2) Ibi, p. 42.
(3) Ibi, p. 43.
(4) Ibi, p. 43-49.
(5) Ibi, p. 50-51.
(6) Ibi, p. 52.
(7) Ibi, p. 55.
(8) Ibi, p. 69.
(9) Ibi, p. 70.
(10) Ibi, p. 41.
(11) Ibi, p. 61.
(12) Ibi, p. 189-192.