Il verso

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«Il verso è una linea che si ferma, non perché sia arrivata a una frontiera materiale e perché le manchi spazio, ma perché la sua cifra interna è compiuta e la sua virtù è consumata» (Paul Claudel).

Quando pensiamo ad un verso ci rappresentiamo quasi istintivamente una riga di testo interrotta e marcata da un a capo e seguita da uno spazio bianco più o meno ampio.
Quasi che l’a capo sia l’elemento distintivo del verso.
Ma è realmente così?

 

Basta un a capo per fare un verso?

Nella tradizione manoscritta troviamo molti componimenti in cui i versi sono scritti uno di seguito all’altro senza soluzione di continuità, oppure ancora disposti a coppie. Questi versi sono però tutti riconducibili a schemi codificati e sono quindi facilmente discernibili e identificabili.

Fino all’affermarsi del verso libero era possibile affermare che il verso era un segmento di discorso organizzato secondo determinate regole. La tradizione metrica metteva a disposizione una serie di forme fisse codificate sulle base delle quali i poeti verseggiavano: conoscere le regole ed il codice era quindi sufficiente per riconoscere i versi ascrivendoli ad una tipologia di riferimento.

Nella versificazione libera i versi hanno sì una configurazione metrica, ma non è preordinata, non è codificata e non preesiste al verso stesso: è il prodotto dell’atto poetico del poeta. I lettori possono descriverla ma non possono confrontarla con un modello di riferimento. L’atto della lettura è quindi in un certo senso un atto interpretativo e la disposizione sulla pagina diventa qualcosa di paragonabile ad uno spartito musicale, indispensabile al lettore per identificare il verso e interpretarne la struttura (1).

Considerata l’assenza di strutture metriche predefinite è «chiaro che nel cosiddetto verso libero l’a capo ha una valenza formidabile. In determinate circostanze il verso e l’assetto grafico assumono una funzione dinamica e anticipatrice: insomma, ci attendiamo un verso e una sequenza di versi, nonchéŽ di cogliere qualsiasi traccia o fenomeno più  macroscopico come indizi di metro o sostituti di metro» (2).

D’altra parte non pare che l’a capo basti a determinare un verso poetico.
Prendiamo per esempio il seguente passo dei Promessi sposi (3):

… in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne… (I Promessi Sposi, I).

e scomponiamolo dandogli l’ipotetico aspetto di un testo poetico:

in poggi e valloncelli,
in erte e in ispianate,
secondo l’ossatura de’ due monti,
e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo,
tagliato dalle foci de’ torrenti,
è quasi tutto ghiaia e ciottolosi;
il resto, campi e vigne

Qui abbiamo l’a capo a separare i diversi segmenti testuali e, nell’ordine, due settenari, quattro endecasillabi e di nuovo un settenario.
Eppure nessuno sarebbe sensatamente disposto a dire che questa è una poesia.

L’a capo da solo non può bastare come elemento distintivo del verso: «al limite qualsiasi testo in prosa può essere più o meno brillantemente decomposto in versi e versicoli, in larga parte coincidenti con misure contemplate anche dalla più trita manualistica. Ma se la scrittura di Gadda come quella di Segre restano solidamente ancorate al polo prosastico è perché il Giornale di guerra come I segni e la critica non sono stati strutturati formalmente» e concepiti come testi poetici (4).

D’altra parte, però, «tutte le categorie tradizionalmente adibite a descrivere per via d’implicita o esplicita contrapposizione alla prosa (e alla lingua strumentale) la fisionomia propria dell’oratio ligata – mensuralità (numero dei piedi o delle sillabe), ritmo (ictus, accenti), omofonia, nonché parallelismi, iterazioni, periodicità di vario genere – si rivelano inadeguate a discriminare il discorso metrico, nella totalità delle sue manifestazioni, da quello prosastico […]» (5).
E’ indadeguata una definizione che si basi sul principio della ripetizione di moduli isosillabici (ovvero di sequenze composte da un numero identico di sillabe), perché risulta inapplicabile alla maggior parte della poesia moderna.
Altrettanto inadeguato è il richiamo al ritmo (inteso come “la configurazione prosodica realizzata in ciascun testo dalla specifica successione degli accenti”): in primo luogo perché c’è un ritmo anche della prosa, in secondo luogo perché è problematico misurare il ritmo in termini esatti e incontestabili e, da ultimo, perché la sensibilità ritmica è soggetta a  variazioni culturali e storiche.
Inadeguato, infine, è il ricorso alla rima  come discriminante tra poesia e prosa: «la rima è solo un ornamento stilistico, neanche frequentissimo, presso i poeti quantitativi, rivela negli sciolti l’inessenzialità del suo ruolo, incorre nelle demolizioni razionalistiche degli illuministi e in quelle antiquarie dei classicisti, per poi farsi ripudiare nel Novecento almeno quale termine di ricorrenze prevedibili […]» (6).

 

Qual è il tratto distintivo del verso?

Altrimenti detto: cosa distingue la poesia dalla prosa? cosa accomuna un verso della tradizione e un verso libero moderno?

Menichetti espone la questione con grande chiarezza e propone una soluzione chiara e condivisa:

«Unico tratto distintivo nei confronti della prosa che permanga invariato attraverso le diverse fasi della tradizione poetica occidentale (tratto che sarebbe tuttavia semplicistico e riduttivo identificare con il “principio della strutturazione formale” della definizione in predicato) resta dunque la segmentazione, il suddividersi del discorso in unità versali. […] Tale tratto non è (o non è solo) un “segnale” esterno, utile a predisporre il lettore a un certo tipo di ricezione, ma il riflesso di un preciso progetto costruttivo.
Sotto l’azione strutturante del metro il discorso poetico si distribuisce in membri delimitati da silenzi o da sospensioni; membri la cui misura è concepita e percepita in termini cromatici, sillabico-ritmici o d’altra natura prima che sintattico-logici (come invece avviene nella prosa e nella lingua strumentale).
[…] a differenza dei prosastici, i testi in versi sono stati costruiti e si presentano suddivisi in segmenti oggettivamente riconoscibili (per lo più contrassegnati dall’a capo), la cui coincidenza con le pausazioni logico-sintattiche ed emotive del discorso non è né obbligatoria né, là ove si verifichi, pertinente ai fini della specificità metrica.
La segmentazione, lungi dal risolversi in una convenzione esteriore, è quindi uno degli elementi attivi della dinamizzazione metrica del discorso (in ogni caso il più costante) […]» (7) e non va confusa, come troppo spesso si è portati a fare, con la disposizione grafica, che invece è solo il suo corrispettivo esterno e convenzionale.

La versificazione classica e quella moderna sono quindi accomunate dal principio secondo cui «il discorso è scandito non solo in segmenti sintattici, cioè in frasi, in unità di senso (come qualunque discorso), ma anche in segmenti non sintattici, cioè in unità non motivate dal significato […] il discorso in versi possiede una scansione puramente formale, la cui caratteristica più generale è di essere indipendente dalla struttura sintattica […]» (8).

«Il verso finisce dove il poeta vuole che finisca. Il verso è un’intenzione, una tensione che combina sintassi, significato e ritmo. Così è sempre stato, anche nelle già ricordate epoche delle forme chiuse. Una endecasillabo è un metro di undici sillabe, ma non bastano undici sillabe per avere un verso. Ci vuole l’intenzione. La prosa pullula di misure regolari… questo però non significa che parliamo o scriviamo in versi… Il verso è un metro che intende parlare in poesia(9)

 

Il verso: l’unità poetica minima

Fatte queste premesse è possibile definire il verso come l’unità poetica minima, l’unità di base in cui risulta “segmentato” il discorso poetico secondo rapporti primariamente non logico-sintattici, bensì metrici, sillabico-ritmici, cromatici, sonori ecc. e che, al limite, può teoricamente costituire da sola un discorso poetico compiuto (10).

E’ chiaro che si tratta di un’unità relazionale, nel senso che esiste in relazione all’intero discorso poetico di cui è elemento atomico: «il verso non è isolato nel vuoto ma è avvolto in una zona di silenzio, partecipa di tutto un più ampio discorso, ritmato e quindi divisibile in diverse unità, che in tanto si manifestano in quanto tra l’una e l’altra esiste questa pausa» (11).
E tuttavia, nella misura in cui non è una mera astrazione, tale unità ha una sua realtà definita: «il verso ha in sé qualcosa di compiuto: è come una piccola poesia, quel che c’è nel complesso del componimento si riverbera in queste minori unità, è come un microcosmo in cui si riflette il macrocosmo» (12).

 


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(1) Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino, 1996 (3ª ed. 2012), p. 17.
(2) G. Bertone, Breve dizionario di metrica italiana, Torino, Einaudi, voce “Verso”, p. 221.
(3) L’esempio è tratto da N. Gardini, Com’è fatta una poesia, Milano, Sironi, 2007, p. 104.
(4) A. Menichetti, Problemi della metrica, in R. Antonelli (a cura di), La costruzione del testo poetico: metrica e testo, Roma, Aracne, 2004, p. 15-16.
(5) Ivi, p. 7.
(6) Ivi, p. 10-11.
(7) Ivi, p. 11-12.
(8) Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino, 1996 (3ª ed. 2012), p. 18-19.
(9) N. Gardini, Com’è fatta una poesia, Milano, Sironi, 2007, p. 104.
(10) Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino, 1996 (3ª ed. 2012), p. 19.
(11) M. Fubini, Metrica e poesia: Lezioni sulle forme metriche italiane. Dal Duecento al Petrarca. Vol. I, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 39.
(12) Ibidem.