Il novenario

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Il novenario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in ottava posizione (1).

La forma considerata “normale” ha accenti fissi sulla 2ª, 5ª e 8ª sillaba. E’ la forma più diffusa, ma sono ben documentati e riconosciuti dai manuali anche schemi accentuativi a cadenza trocaica (1ª-3ª-5ª-8ª), giambica (2ª-4ª-6ª-8ª) e ad attacco anapestico (3ª-5ª-8ª).

E’ un verso che ha avuto una diffusione molto limitata sino all’Ottocento.

Sono novenari i primi quattro versi di ciascuna stanza di O dolce terra aretina di Guittone d’Arezzo. Da notare in questi versi la necessità di ricorrere sovente a dialefe per mantenere l’isometria.

O dolce terraˇaretina, [2-4-8]
pianto m’aduceˇe dolore [1-4-8]
(e ben chi non piange ha dur core, [2-5-8]
over che mattezza el dimina) [1-5-8]
membrando ch’eri di ciascun delizia, 5
[…]
Or è di caro piena l’arca, 21 [1-4-8]
l’arna di toscoˇe di fele, [1-4-8]
la corte di pianto crudele, [2-5-8]
la zambra d’angostia tracarca. [2-5-8]

Nel De vulgari eloquentia Dante lo mette sostanzialmente al bando, bollandolo come un trisillabo triplicato (–+– –+– –+–), che «perciò o non fu mai in auge o venne a noia e cadde in disuso» (2): Dante sembra cioè rilevare la monotonia ritmica del novenario di 2ª-5ª-8ª. Egli stesso utilizzò il novenario solamente nelle mutazioni della ballata Per una ghirlandetta, e peraltro non nella forma con accenti di 2ª, 5ª e 8ª.

Per una ghirlandetta
ch’io vidi, mi farà
sospirare ogni fiore.

I’ vidi a voi, donna, portare [2-4-(5)-8]
ghirlandetta di fior gentile, [3-6-8]
e sovr’a lei vidi volare [2-4-(5)-8]
un angiolel d’amore umile; [(2)-4-6-8]
e ’n suo cantar sottile
dicea: “Chi mi vedrà
lauderà ’l mio signore”.   10

Se io sarò là dove sia [(2)-4-6-8]
Fioretta mia bella [a sentire], [2-5-8]
allor dirò la donna mia [2-4-6-8]
che port’in testa i miei sospire. [2-4-6-8]
Ma per crescer disire   15
mia donna verrà
coronata da Amore.
[…]

Il novenario viene poi ripreso dapprima da Chiabrera e successivamente da Carducci nel contesto della metrica barbara.

Già mi dolsi io, ch’acerbo orgoglio [4-6-8]
del mio bel sol turbasse i rai, [4-6-8]
sì che ria nube di cordoglio [2-4-8]
lunge da me non gisse mai. [1-4-6-8]
Già mi dolsi io, ch’empio veneno [1-4-5-8]
di gelosia m’empieva il seno, [4-6-8]
sì che mio cor sen venia meno. [2-4-7-8]
(Chiabrera, Rime, VII, 1-7)

A duro stral di ria ventura, [2-4-6-8]
misero me, son posto segno; [1-4-6-8]
e l’empio duol ch’io ne sostegno, [2-4-8]
misero me, non ha misura. [1-4-6-8]
Certo, che vinto a morte andrei, [1-4-6-8]
se con Amor mi foste rei, [4-6-8]
occhi, conforto a’ dolor miei. [1-4-7-8]
(Chiabrera, Rime, VIII, 1-7)

Troviamo novenari di 2ª-5ª-8ª anche nell’inno incompiuto di Manzoni Ognissanti:

Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena,
Quel sol che in sua limpida piena
V’avvolge or beati lassù;   4

Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V’addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.   8

Boito utilizza novenari con accenti di 2ª, 5ª e 8ª sillaba nel suo libretto d’opera Mefistofele:

Sui venti, sugli astri, sui mondi,
sui limpidi azzurri profondi,
sui raggi tepenti del sol,
sugli echi, sui fiumi, sui fiori,
sui rosei candenti vapori,
scorriamo con agile vol.
La danza in angelica spira
si gira, si gira, si gira.
(A. Boito, Mefistofele, Prologo in cielo)

Carducci utilizza il novenario in combinazione con settenario, senario o quinario per riprodurre l’esametro, ma anche da solo nella forma con accenti di 2ª-5ª-8ª:

Dal Libano trema e rosseggia
Su ’l mare la fresca mattina:
Da Cipri avanzando veleggia
La nave crociata latina.   4
A poppa di febbre anelante
Sta il prence di Blaia, Rudello,
E cerca co ’l guado natante
Di Tripoli in alto il castello.   8
(Carducci, Rime e ritmi: Jaufré Rudel, 1-8)

A cavallo del XIX e del XX secolo il novenario riprende vita sia con D’Annunzio che con Pascoli.

In D’Annunzio lo si trova sia come verso di riferimento in componimenti isometrici sia inserito in componimenti variamente eterometrici, oltre che in diverse strutturazioni accentuative e ritmiche.

E dissi nell’ombra: “O sorelle, [2-5-8]
tre come le porte del tempio, [1-5-8]
tre come il trifoglio dei paschi, [1-5-8]
tre come le Càriti leni, [1-5-8]
la prima dai floridi ricci [2-5-8]
salubre qual cespo di menta [2-5-8]
in docile rio, la seconda [2-5-8]
a me simigliante nel vólto [2-5-8]
ma quasi d’un velo soffusa [2-5-8]
[…]
nel vespero forse, dal tetto [2-5-8]
arguto di nidi guardando [2-5-8]
verso l’Adriatico Mare. [1-5-8]
(D’Annunzio, Laudi: Lauda IV, 274-294)

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera [2-4-(6)-8]
contro il fusto che s’inargenta [3-(6)-8]
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace [(1)-3-5-8]
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
[…]
(D’Annunzio, Alcyone: La sera fiesolana, 1-14)

[…]
tumide come le narici [1-(4)-8]
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi   25
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade [2-(4)-8]
dei cieli,
funebri come gli asfodeli [1-(4)-8]
dell’Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli   35
he fra due steli
tesse il ragno.
(D’Annunzio, Alcyone: Le stirpi canore, 22-37)

Non temere, o uomo dagli occhi [2-5-8]
glauchi! Erompo dalla corteccia [1-3-(5)-8]
fragile io ninfa boschereccia [1-4-8]
Versilia, perché tu mi tocchi. [2-5-8]

Tu mondi la persica dolce [2-5-8]
e della sua polpa ti godi. [2-5-8]
Passò per le scaglie e pe’ nodi [2-5-8]
l’odore che il cuore ti molce. [2-5-8]

Mi giunse alle nari; e la mia [2-5-8]
lingua come tenera foglia, [1-(3)-5-8]
bagnata di sùbita voglia, [2-5-8]
contra i denti forti languìa. [3-5-8]
(D’Annunzio, Alcyone: Versilia)

Il novenario può essere considerato anche la struttura prosodica di riferimento de La pioggia nel pineto.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove   5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
[…]

Novenari effettivi sono solamente – con qualche forzatura nel vedere dialefi – i versi 6, 31 (con dialefe “cheˇoggi”), 36, 51, 65 (con dialefe “Ascolta,ˇascolta”), 74 (con dialefe “umidaˇombra”), 81, 97 (con sineresi “tue”), 102, 104, e 127 (come 31), ma la prima idea del componimento – osserva Pinchera – «dovette nascere già calata in una forma ritmica avente per misura-base il novenario […] Per rappresentare il cadere con ritmo vario della pioggia, e l’attenzione del poeta all’ascolto dei suoni non eguali quasi prodotti da “stromenti / diversi / sotto innumerevoli dita”, il metro si presta poi a dilatare le pause interne, giungendo come a sciogliersi in misure minori, soprattutto di tre o sei sillabe… ma la musica novenaria si percepisce chiramente, fin dall’incipit, di cui è possibile dare la seguente trascrizione, che fa emergere due strofe di tre versi ciascuna, e ciascuna con due novenari e un trisillabo di clausola» (3).

Taci. Su le soglie del bosco
non odo parole che dici
umane;

ma odo parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane…

Chi però ha fatto del novenario una delle proprie cifre stilistiche e metriche è stato Pascoli. Presente già in Myricae, Pascoli ne fece poi il verso base dei Canti di Castelvecchio, utilizzandolo da solo o con ternari, senari, ottonari e decasillabi anapestici. Lo schema di riferimento è quello con accenti di 2ª-5ª-8ª (che viene appunto denominato “pascoliano”), ma sono numerose anche le varietà ritmiche ad attacco anapestico (3ª-5ª-8ª), giambica (2ª-4ª-6ª-8ª) e trocaica (1ª-3ª-5ª-8ª).

In Myricae lo schema unico e costante è quello con accenti di 2ª-5ª-8ª e i novenari sono presenti per lo più da soli o – fatto salvo per i gruppi sillabici onomatopeici – con decasillabi anapestici. Sono solo quattro i casi in cui il novenario è combinato con trisillabi (ScalpitioL’assiuolo), oppure con trisillabi e senari (Il rosicchiolo), oppure infine con quadrisillabi (La macchia). Complessivamente in Myricae il novenario compare in 20 componimenti su 156 (ed. Giusti 1905).

Allora presenta quattro quartine di novenari di 2ª-5ª-8ª:

Allora… in un tempo assai lunge…
felice fui molto; non ora:
ma quanta dolcezza mi giunge
da tanta dolcezza d’allora!   4

Quell’anno!… per anni che poi
fuggirono, che fuggiranno,
non puoi, mio pensiero, non puoi
portare con te, che quell’anno!   8
[…]
(Pascoli, Myricae: Allora, 1-8)

Sera festiva è costruita su quattro sestine composte da sei novenari di 2ª-5ª-8ª e chiuse da un senario di monosillabi:

O mamma, o mammina, hai stirato
la nuova camicia di lino?
Non c’era laggiù tra il bucato,
sul bossolo e sul biancospino.
Su gli occhi tu tieni le mani…
Perchè? non lo sai che domani…?
din don dan, din don dan.   7
[…]
(Pascoli, Myricae: Sera festiva, 1-7)

In Sorella – così come anche in La felicità, X Agosto, L’anello, Agonia di madreLapide (tutta la sezione Elegie di Myricae) – decasillabi anapestici e novenari pascoliani si alternano a coppie in sei quartine. I versi dispari sono decasillabi, quelli pari novenari:

Io non so se più madre gli sia
la mesta sorella o più figlia:
ella dolce ella grave ella pia,
corregge conforta consiglia.   4

A lui preme i capelli, l’abbraccia
pensoso, gli dice, Che hai?
a lui cela sul petto la faccia
confusa, gli dice, Non sai?   8
[…]
(Pascoli, Myricae: Sorella, 1-8)

L’assiuolo è composto da tre strofe di sei novenari di 2ª-5ª-8ª e un monosillabo onomatopeico (chiù):

Dov’era la luna? chè il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…   8
[…]
(Pascoli, Myricae: L’assiuolo, 1-8)

Nei Canti di Castelvecchio si trova una maggiore varietà accentuativa e compositiva. I novenari sono inseriti in strofe con trisillabi, senari e ottonari e presentano accenti di 2ª-5ª-8ª, di 1ª-3ª-5ª-8ª (novenario trocaico), di 2ª-4ª-6ª-8ª (novenario giambico) o di 3ª-5ª-8ª (novenario ad attacco anapestico). Per avere un’idea della rilevanza del novenario nei Canti di Castelvecchio è sufficiente considerarne l’impatto numerico: su 69 componimenti (4) ben 37 (il 53%) hanno come verso base il novenario.

La poesia si compone di cinque parti speculari: una strofe di sei novenari di 2ª-5ª-8ª intercalati da ternari e senari e un’antistofe di sette novenari, sempre con accenti di 2ª-5ª-8ª, chiusi da un trisillabo.

Io sono una lampada ch’arda
soave!
la lampada, forse, che guarda
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell’ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:

ragioni, novelle, e saluti
d’amore, all’orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: La poesia, 1-18)

Nella Partenza del boscaiolo si alternano novenari giambici e ottonari trocaici in otto quartine doppie chiuse da un endecasillabo a fare da ritornello:

La scure prendi su, Lombardo, [2-4-6-8-]
da Fiumalbo e Frassinoro! [(1)-3-(5)-7]
Il vento ha già spiumato il cardo, [2-4-6-8]
fruga la tua barba d’oro. [1-(3)-5-7]
Lombardo, prendi su la scure, [2-4-6-8]
da Civago e da Cerù: [(1)-3-(5)-7]
è tempo di passar l’alture: [2-(4)-6-8]
tient’a su! tient’a su! tient’a su!
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: La partenza del boscaiolo, 1-8)

L’uccellino del freddo è composta di sei sestine di novenari alternativamente di 2ª-5ª-8ª e 3ª-5ª-8ª:

Viene il freddo. Giri per dirlo [3-5-8]
tu, sgricciolo, intorno le siepi; [2-5-8]
e sentire fai nel tuo zirlo [3-5-8]
lo strido di gelo che crepi. [2-5-8]
Il tuo trillo sembra la brina [3-5-8]
che sgrigiola, il vetro che incrina… [2-5-8]
trr trr trr terit tirit…
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: L’uccellino del freddo, 1-7)

In Nebbia abbiamo cinque sestine così composte: tre novenari con accenti di 2ª-5ª-8ª, un trisillabo, un novenario di 2ª-5ª-8ª e un senario:

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: Nebbia, 1-6)

La tessitura ritmica de La voce è particolarmente complessa, con novenari di 2ª-5ª-8ª alternati a novenari trocaici (1ª-3ª-5ª-8ª), in un ritmo prima discendente e poi ascendente.

C’è una voce nella mia vita, [1-3-5-8]
che avverto nel punto che muore: [2-5-8]
voce stanca, voce smarrita, [1-3-5-8]
col tremito del batticuore: [2-5-8]

voce d’una accorsa anelante, [1-3-5-8]
che al povero petto s’afferra [2-5-8]
per dir tante cose e poi tante, [2-5-8]
ma piena ha la bocca di terra: [2-5-8]
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: La voce, 1-8)

Nelle quattro strofe de Il primo cantore sembrano alternarsi novenari con accenti di 2ª-5ª-8ª, trocaici (1ª-3ª-5ª-8ª), giambici (2ª-4ª-6ª-8ª) ed anche novenari ad attacco apparentemente dattilico (1ª-4ª-6ª-8ª):

Il primo a cantare d’amore [2-5-8]
chi è?
Non si vede un boccio di fiore, [3-5-8]
non ancora un albero ha mosso; [3-5-8]
la calta sola e il titimalo [2-4-(6)-8]
verdeggia su l’acqua del fosso: [2-5-8]
e tu già canti, o saltimpalo, [(2)-4-(6)-8]
sicceccè… sicceccè…
[…]

Hai fretta, sei savio, sai bene [2-5-8]
perchè!
Viene il Maggio, subito viene [3-5-8]
la frullana grande che taglia… [3-5-8]
Frulla, o falce! Forti su l’ali, [1-3-5-8]
dal nido di musco e di paglia, [2-5-8]
frullano i nuovi saltimpali… [1-4-(6)-8]
sicceccè… sicceccè…
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: Il primo cantore, 1-8 e 25-32)

La figlia maggiore è composta di sedici quartine a rima alterna: nelle quartine dispari due novenari di 2ª-5ª-8ª sono seguiti da un novenario di  3ª-5ª-8ª e da un quinario; le quartine pari sono invece aperte da due novenari di  3ª-5ª-8ª, seguiti da un novenario di  2ª-5ª-8ª e chiuse da un senario.

Ninnava ai piccini la culla, [2-5-8]
cuciva ai fratelli le fasce: [2-5-8]
non sapeva, madre fanciulla, [3-5-8]
come si nasce.

Nel cantuccio, zitta, da brava, [3-5-8]
preparava cercine e telo [3-5-8]
pei bimbi che mamma le andava [2-5-8]
a prendere in cielo.
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: La figlia maggiore, 1-8)

Nelle quartine de Il gelsomino notturno si alternano due novenari di 2ª-5ª-8ª e due novenari ad attacco anapestico con accenti di 3ª-5ª-8ª.

E s’aprono i fiori notturni, [2-5-8]
nell’ora che penso ai miei cari. [2-5-8]
Sono apparse in mezzo ai viburni [3-5-8]
le farfalle crepuscolari. [3-(5)-8]

Da un pezzo si tacquero i gridi: [2-5-8]
là sola una casa bisbiglia. [2-5-8]
Sotto l’ali dormono i nidi, [3-5-8]
come gli occhi sotto le ciglia. [3-5-8]
(Pascoli, Canti di Castelvecchio: Il gelsomino notturno, 1-8)

Il novenario, in particolar modo quello pascoliano, ha infine avuto una diffusione considerevole nella poesia del Novecento, chiaramente nel contesto complessivo di forme libere e rivoluzioni ritmiche più o meno marcate.

In fondo alla china,
fra gli alti cipressi,
è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
tre vecchie
giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante, [2-5-8]
non cambian di posto un sol giorno. [2-5-8]
Sull’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando. [2-5-8]
(Palazzeschi, Ara Mara Amara)

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia: [2-5-8]
follìa.
[…]
(Palazzeschi, Il saltimbanco, 1-6)

Meriggiare pallido e assorto [3-5-8]
presso un rovente muro d’orto, [1-4-6-8]
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
[…]
(Montale, Ossi di seppia: Meriggiare pallido e assorto, 1-4)

[…]
il vento che nasceˇe muore [2-5-8]
nell’ora che lenta s’ annera [2-5-8]
suonasse te pure stasera [2-5-8]
scordato strumento,
cuore.
(Montale, Ossi di seppia: Corno inglese, 14-18)

[…]
Se giungi sulle anime invase [2-5-8]
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
[…]
(Montale, Ossi di seppia: Felicità raggiunta, 6-8)

[…]
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena. [2-5-8]
(Saba, L’ora nostra, 7-9)

Cessate di uccidere i morti [2-5-8]
non gridate più, non gridate [3-5-8]
se li volete ancora udire, [4-6-8]
se sperate di non perire. [3-(6)-8]

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo. [1-6-8]
(Ungaretti, Il dolore: Non gridate più)

La morte / si sconta / vivendo.
(Ungaretti, Il porto sepolto: Sono una creatura, 12-14)

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: [2-5-8]
ed è subito sera.
(Quasimodo, Ed è subito sera)

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio, [2-5-8]
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
(Quasimodo, Vento a Tindari, 1-5)

Fitta di bianche e di nere radici
di lievito odora e lombrichi, [2-5-8]
tagliata dall’acque la terra. [2-5-8]
Dolore di cose che ignoro [2-5-8]
mi nasce: non basta una morte [2-5-8]
se ˇ ecco più volte mi pesa [2-5-8]
con l’erba, sul cuore, una zolla. [2-5-8]
(Quasimodo, Dolore di cose che ignoro)

Non so se tra rocce il tuo pallido [2-5-8]
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, […]
(Campana, La Chimera, 1-4)

La sera fumosa d’estate [2-5-8]
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
(Campana, L’invetriata, 1-3)

Sorriderti forse è morire, [2-5-8]
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera,
a ogni cosa che è sola
e s’ama col proprio cuore.
(Alfonso Gatto, Sorriderti)

Le porte del mondo non sanno [2-5-8]
che fuori la pioggia le cerca. [2-5-8]
Le cerca. Le cerca. Paziente [2-5-8]
si perde, ritorna. La luce [2-5-8]
non sa della pioggia. La pioggia [2-5-8]
non sa della luce. Le porte, [2-5-8]
le porte del mondo son chiuse: [2-5-8]
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.
(Sandro Penna, Le porte del mondo)

Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti [2-6-8]
monumenti di vuoto. Vuoto [3-6-8]
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore. [2-5-8]
(Caproni, Senza esclamativi)


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(1) Fonti di riferimento: G. Bertone, Breve dizionario di metrica italiana, Torino, Einaudi, 1999, p. 144-147; A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 112-129; P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 192-195; A. Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, Padova, Antenore, 1993, p. 429-432.
(2) De vulgari eloquentia, Libro II, V: Neasillabum vero, quia triplicatum trisillabum videbatur, vel nunquam in honore fuit vel propter fastidium absolevit.
(3) A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 124.
(4) Ed. Zanichelli 1914.