L’ottonario

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L’ottonario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in settima posizione. (1)

La forma dell’ottonario che la tradizione ha recepito come “normale” ha un accento principale in 3ª posizione. Altri due accenti secondari possono trovarsi sulla 1ª e sulla 5ª sillaba, dando al verso una cadenza chiaramente trocaica.

Ne è esempio classico La leggenda di Teodorico di Carducci:

Su ’l castello di Verona [(1)-3-(5)-7]
Batte il sole a mezzogiorno, [1-3-(5)-7]
Da la Chiusa al pian rintrona [(1)-3-5-7]
Solitario un suon di corno, [(1)-3-5-7]

Mormorando per l’aprico [(1)-3-(5)-7]
Verde il grande Adige va; [1-3-7]
Ed il re Teodorico [3-7]
Vecchio e triste al bagno sta. [1-3-5-7]
(Carducci, Rime nuove: La leggenda di Teodorico, 1-8)

Non sono infrequenti nella poesia delle origini forme di ottonario slegate da accentazione e ritmica rigide, benché sia preponderante la presenza di ottonari di 3ª-7ª. (2)

Amor non vole ch’io clami [2-4-7]
merzede ch’onn’omo clama, [2-5-7]
né che io m’avanti e c’ami, [(3)-5-7]
ch’ogn’omo s’avanta ch’ama; [2-5-7]
che lo servire ch’ogn’onn’omo [4-7]
sape fare nonn-à nomo, [3-(6)-7]
e noˆèˆin pregio di laudare [3-7]
quello che sape ciascuno: [1-4-7]
a voi, bella, tale dono [2-3-7]
non vorria apresentare [3-7]
(Giacomo da Lentini, Amor non vole…, 1-10)

Sempre nella poesia delle origini l’ottonario è presente in alternanza con il novenario in composizioni anisosillabiche giullaresche e religiose, come per esempio nella seguente lauda del Laudario di Cortona e in Jacopone da Todi.

Chi vol lo mondo desprezzare [Novenario: 2-4-8]
sempre la morte dea pensare. [Novenario: (1)-4-8]

La morte è fera e dura e forte, [Novenario: 2-4-6-8]
rompe mura e spezza porte: [1-3-5-7]
ella è sì comune sorte, [(1)-3-5-7]
che verun ne pò campare. [3-5-7]

Ogne gente con tremore [1-3-(5)-7]
vive sempre con gran terrore, [1-4-6-8]
emperciò che son securi [3-5-7]
di passar per questo mare. [3-5-7]

Papa collo ‘mperadori, [1-3-7]
cardinali e gran signori, [3-5-7]
iusti e santi e peccatori [1-3-7]
fa la morte raguagliare. [1-3-7]
(Laudario di Cortona, Lauda 35)

O Signor, per cortesia, [3-7]
manname la malsanìa! [1-(5)-7]

A mme la freve quartana, [2-4-7]
la contina e la terzana, [3-7]
la doppla cotidiana [2-7]
co la granne ydropesia. [3-(5)-7]

A mme venga mal de dente, [3-5-7]
mal de capo e mal de ventre; [1-3-5-7]
a lo stomaco dolur’ pognenti [decasillabo]
e ‘n canna la squinanzia. [2-7]
(Jacopone, Lauda 81, 1-10)

Senno me par e cortisia [novenario]
empazzir per lo bel Messia. [novenario]

Ello me sa sì gran sapere [novenario]
a cchi per Deo vòle empazzire, [novenario]
en Parisi non se vide [3-7]
cusì granne filosafia. [novenario]

Chi pro Cristo va empazzato, [3-7]
pare afflitto e tribulato, [1-3-(5)-7]
ma el è magistro conventato [novenario]
en natura e ‘n teologia. [3-7]
(Jacopone, Lauda 87, 1-10)

Povertade ennamorata, [(1)-3-(5)-7]
grande è la tua signoria. [novenario]

Mia è Francia ed Inghilterra, [1-3-(5)-7]
enfra mare aio gran terra; [1-3-7]
nulla me se move guerra, [1-5-7]
sì la tengo en mia bailia. [3-5-7]

Mia è la terra de Sassogna, [1-3-(5)-7]
mia è la terra de Vascogna, [1-3-(5)-7]
mia è la terra de Borgogna [1-3-(5)-7]
con tutta la Normannia. [2-5-7]
(Jacopone, Lauda 47, 1-10)

In queste ballate la misura di riferimento è sempre l’ottonario, di norma con accento di 3ª (anche se le eccezioni sono numerose). Talora si incontrano novenari con accenti di 4ª ed anche decasillabi, che possiamo considerare come aventi una o due sillabe iniziali in anacrusi. (3)

Caduto in disgrazia con la messa al bando dei parisillabi da parte di Dante, l’ottonario ritrova una certa luce nel Quattrocento, riportato alla ribalta da Lorenzo il Magnifico e utilizzato dal Poliziano in numerose canzoni a ballo.

Quant’è bella giovinezza, [(1)-3-7]
che si fugge tuttavia! [3-7]
chi vuol esser lieto, sia: [1-3-5-7]
di doman non c’è certezza. [(1)-3-5-7]
(Lorenzo de’ Medici, Canzona di Bacco, 1-4)

Nel Trionfo di Bacco e Arianna (per l’analisi nel dettaglio si veda Menichetti, Metrica italiana p. 365-369) tutti gli ottonari hanno accenti di 3ª e 7ª, sovente accompagnati da accenti secondari di 1ª e/o 5ª. Solo nei versi 53 (“Donne e giovinetti amanti”) e 56 (“Arda di dolcezza il core!”) manca l’accento di 3ª, ma – osserva Beltrami (4) – l’irregolarità è sanata dal canto, che tende ad una cadenza marcatamente trocaica.

In alcuni versi compaiono anche accenti in sedi pari (per esempio nei versi 47 – “oggi siam, giovani e vecchi” – e 49 – “ogni tristo pensier caschi”), il che a giudizio del Menichetti crea un effetto sorpresa che contrasta l’inerzia ritmica (5).

Deh, udite un poco amanti, [1-3-5-7]
s’i’ sono bene sventurato: [novenario: 2-4-(6)-8)
una donna m’ha legato, [3-5-7]
or non vuole udir mie pianti. [(1)-3-5-7]
(Poliziano, Rime CVIII 1-4)

Egli è ver ch’i’ porto amore [3-5-7-]
alla vostra gran bellezza [3-5-7]
ma pur ho maggior vaghezza [3-5-7]
di guardare el vostro onore. [3-5-7]
(Poliziano, Rime CXI 1-4)

A restituire all’ottonario una certa cittadinanza poetica è però Chiabrera nel Seicento con le sue canzonette.

Belle rose porporine, [1-3-(5)-7]
che tra spine
sull’aurora non aprite; [1-3-(5)-7
ma, ministre degli Amori, [3-7]
bei tesori
di bei denti custodite; [3-7]
dite, rose prezïose, [1-3-7]
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso [1-3-5-7]
nel bel guardo vivo ardente, [(1)-3-5-7]
voi repente
disciogliete un bel sorriso? [(1)-3-5-7]
(Chiabrera, Riso di bella donna, 1-10)

Amarillide amorosa, [3-7]
nuovo laccio del mio core, [1-3-7]
da stranier, soave cosa, [3-5-7]
già senti’ cantar d’amore; [1-3-5-7]
ma d’amor che si può dire [(1)-3-7]
non soave da sentire? [(1)-3-7]
(Chiabrera, Loda Amarilli, 1-6)

L’ottonario viene ripreso, rigorosamente con accenti di 3ª e 7ª,  da Parini, Monti e Manzoni in componimenti isometrici.

Venerabile Impostura [3-7]
Io nel tempio almo a te sacro [3-7[
Vo tentón per l’aria oscura; [1-3-5-7]
E al tuo santo simulacro, [3-7]
Cui gran folla urta di gente, [(1)-3-7]
Già mi prostro umilemente. [1-3-(5)-7]

(Parini, Odi: La Impostura, 1-6)

E pur dolce in su i begli anni
De la calda età novella
Lo sposar vaga donzella,
Che d’amor già ne ferì.

(Parini, Odi: Le nozze, 1-8)

Bella Italia, amate sponde, [1-3-5-7]
pur vi torno a riveder! [1-3-7]
Trema in petto, e si confonde [1-3-7]
l’alma oppressa dal piacer. [1-3-7]

Tua bellezza, che di pianti [3-7]
fonte amara ognor ti fu, [1-3-5-7]
di stranieri e crudi amanti [(1)-3-5-7]
t’avea posta in servitù. [3-7]
(Monti, Per la liberazione d’Italia, 1-8)

È risorto: or come a morte [3-5-7]
La sua preda fu ritolta? [3-5-7]
Come ha vinto l’atre porte, [1-3-5-7]
Come è salvo un’altra volta [1-3-5-7]
Quei che giacque in forza altrui? [1-3-5-7]
Io lo giuro per Colui [(1)-3-7]
Che da’ morti il suscitò, [3-7]

È risorto: il capo santo [3-5-7]
Più non posa nel sudario; [1-3-(5)-7]
È risorto: dall’un canto [3–7]
Dell’avello solitario [3-7]
Sta il coperchio rovesciato: [1-3-7]
Come un forte inebbriato [1-3-7]
Il Signor si risvegliò. [3-7]
(Manzoni, Inni sacri: La Risurrezione, 1-14)

Chi ha rimesso mano all’ottonario sperimentando nuove forme accentuative e ritmiche sono stati dapprima Carducci e poi Pascoli.

Manda a Cuosa in val di Serchio [1-3-5-7]
Pisa manda ambasciatori: [1-3-7]
el comun di santa Zita [1-3-5-7]
Ivi aspettano i signori. [1-3-7]

Ecco vien Bonturo Dati, [1-3-5-7]
Mastro in far baratterie: [1-3-7]
Ecco Cino ed ecco Pecchio, [1-3-5-7]
Che spazzarono le vie: [3-7]
(Carducci, Rime nuove: Faida di Comune, 1-8)

Quando ritto il doge antico [1-3-5-7]
Su l’antico bucentauro [1-3-(5)-7]
L’anel d’oro dava al mar, [1-3-5-7]
E vedeasi, al fiato amico [3-5-7]
De la grande sposa cerula, [3-5-7]
Il crin bianco svolazzar; [3-7]
(Carducci, Giambi ed epodi: Le nozze del mare, 1-6)

Pascoli alterna l’ottonario di 3ª-7ª con forme dattiliche accentate in 1ª-4ª-7ª, oppure con novenari anifibrachici di 2ª-5ª-8ª o ancora giambici di 2ª-4ª-6ª-8ª.

Era sui culmini, o forte, [1-4-7]
era l’aurora sul monte, [1-4-7]
quando, quel giorno, la fronte [1-4-7]
volgesti alla luce lontana? [novenario: 2-5-8]
era, tra i cantici della dïana, [endecasillabo: 1-4-(7)-10]
l’aurora… o la morte? [senario: 2-5]

Chi discendeva a quell’ora [1-4-7]
per le boscaglie di querci [(1)-4-7]
col calpestio d’un esercito [(1)-4-7]
grande sopra aride frondi? [novenario: 1-5-8]
chi salutarono i rombi profondi? [endecasillabo: 1-4-7-10]
la morte… o l’aurora? [senario: 2-5]
(Pascoli, Odi e inni: Ad Antonio Fratti, 1-12)

Questo è dall’ombre un ritorno! [1-4-7]
Dante Alighieri ha sorriso. [1-4-7]
Noi sedevamo; ed un giorno [1-4-7]
vi pensammo all’improvviso. [3-(5)-7]
L’anime nostre oscillare [1-4-7]
sentivamo come l’ago del magnete, [dodecasillabo]
tutte cercando inquiete [3-7]
la Stella Polare.[senario: 2-5]
(Pascoli, Odi e inni: Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni, 1-8)

La scure prendi su, Lombardo, [novenario: 2-4-6–8]
da Fiumalbo e Frassinoro! [(1)-3-(5)-7]
Il vento ha già spiumato il cardo, [2-4-6-8]
fruga la tua barba d’oro. [1-(3)-5-7]
Lombardo, prendi su la scure, [2-4-6-8]
da Civago e da Cerù: [(1)-3-(5)-7]
è tempo di passar l’alture: [novenario: 2-(4)-6-8]
tient’a su! tient’a su! tient’a su!
(Pascoli, CdC: La partenza del boscaiolo, 1-8)

Nelle case, dove ancora [(1)-3-(5)-7]
si ragiona coi vicini
presso al fuoco, e già la nuora [1-3-5-7]
porta a nanna i suoi bambini, [1-3-5-7]
uno in collo e due per mano; [1-3-5-7]
(Pascoli, Cdc: L’or di notte, 1-5)

Paranzelle in alto mare [(1)-3-5-7]
bianche bianche,
io vedeva palpitare [(1)-3-7]
come stanche:
o speranze, ale di sogni [(1)-3-(5)-7]
per il mare!
(Pascoli, My: Speranze e memorie, 1-6)

L’alba per la valle nera [1-5-7]
sparpagliò le greggi bianche: [3-5-7]
tornano ora nella sera [1-3-(5)-7]
e s’arrampicano stanche: [3-7]
una stella le conduce. [(1)-3-7]
(Pascoli, My: La cucitrice, 1-5)

Dal profondo geme l’organo [(1)-3-5-7]
tra ’l fumar de’ cerei lento: [(1)-3-5-7]
c’è un brusìo cupo di femmine [1-3-7]
nella chiesa del convento: [1-3-(5)-7]

un vegliardo austero mormora [3-5-7]
dall’altar suoi brevi appelli: [(1)-3-5-7]
dietro questi s’acciabattano [1-3-(5)-7]
delle donne i ritornelli. [1-3-(5)-7]
(Pascoli, My: Le monache di Sogliano, 1-8)

Nel Novecento, infine, l’ottonario viene utilizzato in composizione omometriche o eterometriche, in schema classico o con variazioni accentuative (anche in forma di doppio ottonario).

Me ne vado per le strade [3-7]
Strette oscure e misteriose: [1-3-(5)-7]
Vedo dietro le vetrate [1-3-7]
Affacciarsi Gemme e Rose [3-5-7]
(D. Campana, La petite promenade du pote, 1-4)

Giardino della stazione || di San Giovanni o San Siro
tutto fiorito all’ingiro || di fiori della passione,

chiuso da siepe corrosa || di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili || di bei convolvoli rosa.
(M. Moretti, Il giardino della stazione, 1-4)

Molto belli sono gli ottonari di Il mare brucia le maschere di Caproni:

Il mare brucia le maschere, [2-4-7]
le incendia il fuoco del sale. [2-4-7]
Uomini pieni di maschere [1-4-7]
avvampano sul litorale. [novenario]

Tu sola potrai resistere [2-5-7]
nel rogo del Carnevale. [2-4-7]
Tu sola che senza maschere [2-5-7]
nascondi l’arte d’esistere. [2-4-7]

Così come quelli alternati a settenari di Litania e Ultima preghiera, sempre di Caproni.

Genova mia città intera. [1-6-7]
Geranio. Polveriera. [2-(4)-7]
Genova di ferro e aria, [1-5-7]
mia lavagna, arenaria. [4-7]

Genova città pulita. [1-5-7]
Brezza e luce in salita. [1-3-7]
Genova verticale, [settenario: 1-6]
vertigine, aria, scale. [ottonario con sinalefe vertigine-aria: 2-5-7]

Genova nera e bianca. [1-4-6]
Cacumine. Distanza. [settenario: 2-6]
Genova dove non vivo, [1-4-7]
mio nome, sostantivo. [3-(5)-7]
(Caproni, Litania, 1-12)

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta, [2-(5)-7]
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare [(1)-4-7]
smettendo di pedalare. [2-(5)-7]

(Caproni, Ultima preghiera, 1-16)


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(1) Fonti di riferimento: G. Bertone, Breve dizionario di metrica italiana, Torino, Einaudi, 1999, p. 151-152; A. Pinchera, La metrica, Milano, Bruno Mondadori, 1999, p. 130-141; P. G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 196-198; A. Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, Padova, Antenore, 1993, p. 365-374, 437-438 e 456-461.
(2) Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, p. 197
(3) vd. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, p. 197; ma anche il capitolo dedicato a Jacopone in Contini, Letteratura italiana delle origini, BUR, Milano, 2013.
(4) Ibidem.
(5) Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, Padova, Antenore, p. 367.