Pascoli, La buona novella – 2 In Occidente

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Giovanni Pascoli, Poemi conviviali, La buona novella, II In Occidente

 

I

Grande, lungo le molte acque, al sussurro
del fiume eterno, sopra i sette monti,
bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro,

Roma dormiva. Agli archi quadrifronti
battea la luna; e il Tevere sonoro
fiorìa di spuma percotendo ai ponti.

Alto fulgeva col suo tetto d’oro
il Capitolio: ma la notte mesta
adombrava la Via Sacra del Foro.

Nell’ombra un lume: il fuoco era di Vesta,
che tralucea. Nel tempio le Vestali
dormian ravvolte nella lor pretesta.

Era la notte dopo i Saturnali.
Nelle celle de’ templi, sui lor troni,
taceano i numi, soli ed immortali.

Intorno alla Dea Madre i suoi leoni
giacean nel sonno. Gli ebbri Coribanti
dormian con nell’orecchio ululi e tuoni.

Rosso di sangue uno giaceva avanti
la Dea. Dischiuso il tempio era di Giano.
Esso attendeva, coi serrami infranti,

l’aquile che predavano lontano.

 

II

Roma dormiva, ebbra di sangue. I ludi
eran finiti. In sogno le matrone
ora vedean gladiatori ignudi.

Ne’ triclini ai dormenti le corone
eran cadute, e s’imbevean le rose
nel sangue che fluì dal mirmillone.

Dormivan su le umane ossa già rose,
le belve in fondo degli anfiteatri;
e gli schiavi tornati erano cose.

Dopo la breve libertà, negli atrï
giacean gli ostiari alla catena, quali
cani la cui leggera anima latri.

Era la notte dopo i Saturnali;
ed ogni schiavo dalla tarda sera
dormiva, udendo ventilar grandi ali,

e gracidare. Erano cigni a schiera
sul patrio fiume… No: su l’Esquilino
erano corvi in una nube nera…

Ei tesseva e stesseva il suo destino:
vedea sua madre; poi sentia la voce
del banditore: apriva al suo bambino

le braccia, e le sentia fitte alla croce.

 

III

Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta
gladïatore. Egli era nuovo, appena
giunto: il suo piede, bianco era di creta.

L’avean, col raffio, tratto dall’arena
del circo; e nello spolïario immondo
alcun nel collo gli aprì poi la vena.

Rantolava: il silenzio era profondo:
il cader lento d’una goccia rossa
solo restava del fragor del mondo.

Ma d’uomini gremita era la fossa
in cui giaceva. All’occhio suo, tra un velo,
parea scoprirne e ricoprirne l’ossa.

Ed era solo, e l’uomo che col gelo
lo pungea di sua cute, più lontano
gli era del più lontano astro del cielo:

più della terra sua, più del suo piano
lunghesso l’Istro, e de’ suoi bovi ch’ora
sdraiati ruminavano pian piano,

e de’ suoi figli ch’attendean l’aurora,
piccoli nella lor nomade cuna,
e del suo plaustro, ch’era sua dimora,

là fermo e nero al lume della luna.

 

IV

E venne bianco nella notte azzurra
un angelo dal cielo di Giudea,
a nunzïar la pace; e la Suburra

non l’udiva; e nel tempio alto di Rhea
bandì la pace; e non alzò la testa
quell’uomo rosso ai piedi della Dea;

e vide, un fuoco, e disse, pace; e Vesta
ardeva, e le Vestali al focolare
sedeano avvolte nella lor pretesta;

e vide un tempio aperto, e dal sogliare
mormorò, pace; e non l’udì che il vento
che uscì gemendo e portò guerra al mare.

E l’angelo passò candido e lento
per i taciti trivi, e dicea, pace
sopra la terra!… Udì forse un lamento…

Vegliava, il Geta… Entrò l’angelo: pace!
disse. E nella infinita urbe de’ forti
sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace.

Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,
e i morti ai morti, e le tombe alle tombe
e non sapeano i sette colli assorti,

ciò che voi sapevate, o catacombe.