Il ritmo nella poesia

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Quel che nella poesia è fondamentale, che la distingue dall’aritmica espressione immediata e che, per mezzo della poesia, si trasmette alla letteratura, è il ritmo, l’anima dell’espressione poetica, e perciò l’espressione poetica stessa, l’intuizione e ritmazione dell’universo, come il pensiero ne è la sistemazione. (B. Croce, La poesia)

Nel senso più generale e comprensivo il ritmo (1) è il succedersi ordinato nel tempo, a intervalli regolari e periodici, di forme di movimento contraddistinte da elementi riconoscibili e significativi.

Un esempio immediato è quello del succedersi delle pulsazioni cardiache. Ma anche: la respirazione, l’alternarsi del giorno e della notte, il ciclo delle stagioni, il movimento delle onde del mare, la musica.

Arriviamo al ritmo poetico proprio partendo dalla musica.
Diceva infatti Ezra Pound: i poeti che non s’interessano alla musica sono, o diventano, cattivi poeti, perché la poesia si atrofizza se si allontana troppo dalla musica.

 

Il ritmo nella musica

L’unità elementare di qualsiasi brano musicale è data da pulsazioni regolari chiamate battiti. I battiti sono raggruppati a due a due o a tre a tre. (2)

I battiti di per sé costituiscono però solamente una successione indistinta: per avere un’indicazione di tempo e ritmo deve essere possibile identificare una periodicità e per farlo è necessario individuare un punto di riferimento, un elemento riconoscibile, significativo e ricorrente che distingua le pulsazioni tra di loro.

Questo elemento in musica è l’accento: in ogni gruppo di battiti il primo battito è sempre accentato, ed è detto tempo forte (o battere).

In questo modo si assegna un metro, si stabilisce la periodicità di un numero definito di pulsazioni attraverso la ricorrenza di un accento: il metro misura lo scorrere del tempo secondo la periodicità degli accenti.

L’unità metrica compresa fra due battiti successivi accentati è chiamata battuta o misura ed è la cellula ritmica fondamentale.

Per dare risalto alle battute nello scrivere la musica, si usano linee verticali (stanghette) tracciate attraverso il rigo prima di ciascun battito accentato. La fine di un pezzo musicale (o di una sua sezione) è indicata invece da una doppia stanghetta.

Mis-bin

Nell’esempio è rappresenta una misura binaria di 2/4.

La frazione posta dopo il segno di chiave fornisce la misura del tempo della battuta. Il numeratore indica il numero di battiti della battuta, mentre il denominatore dà l’unità di misura della battuta, indicando quale tipo di nota deve servire come unità di riferimento.

In questo caso la frazione metrica ci dice che la battuta presenta due battiti della durata di 1/4 di nota ciascuno. Ovviamente tale valore può essere ottenuto utilizzando qualsivoglia fra i valori di durata delle note e delle pause. E quindi, come si vede nell’esempio: una minima, due semiminime, quattro crome ecc.

Le misure possono essere di tre tipi:

  • misure a due tempi, in cui in ogni battuta vengono scanditi due battiti, il primo battito con accento forte, il secondo battito con accento debole;
  • misure a tre tempi, in cui la battuta racchiude tre battiti, con accenti forte, debole, debole;
  • misure a quattro tempi, che sono misure a due tempi raddoppiate in cui la battuta contiene due gruppi di due battiti con un accento forte sul primo ed un accento secondario sul terzo battito.

L’esempio qui sotto mostra le tre misure con note del valore di 1/4.

Accenti2

Lo stesso principio si applica a qualsiasi misura di tempo, con denominatore in mezzi, ottavi, sedicesimi, ecc.

Non solo: gli esempi qui considerati si riferiscono a misure semplici, ma in musica sono impiegate anche misure composte, ottenute da combinazioni di misure semplici sia binarie che ternarie, così come misure irregolari, in cui sono combinate misure binarie e ternarie.

Naturalmente, infatti, nessun compositore scrive musica esclusivamente secondo gruppi di note perfettamente regolari, dai battiti inesorabilmente uniformi: è la variazione a fare la differenza. L’irregolarità dell’accentazione, la giustapposizione o sovrapposizione di metri diversi sono due modi per ottenere questa varietà.

Altri espedienti sono la sincope, che consiste nello spostare l’accento dal battito debole a quello forte, e il contrattempo, l’esecuzione di note accentate in tempo debole mentre il battere è contraddistinto da pause.

Nel determinare il ritmo di un brano musicale hanno inoltre grande importanza le indicazioni di tempo, relative alle variazioni di velocità di esecuzione. Esse sono segnalate all’inizio di un brano, generalmente in lingua italiana (grave, lento, adagio, andante, allegro ecc.).
Molti compositori per indicare esattamente i tempi danno anche (e a volte esclusivamente) l’indicazione metronomica, ovvero il numero di battiti al minuto di una nota. Se per esempio la frazione metrica indica 4/4, l’indicazione di metronomo fornisce la durata temporale in termini di battiti al minuto della nota da 1/4 (per esempio: = 60 bpm, e cioè 60 semiminime al minuto).

Altre indicazioni molto importanti, non tanto per il tempo quanto per il colore di un brano musicale, sono le indicazioni di espressione o intensità (dinamiche): pianissimo (pp), piano (p), mezzo forte (mf), forte (f), fortissimo (ff) ecc.

E’ molto comune, infine, trovare didascalie in partitura anche nel corso della composizione, per indicare un cambiamento di tempo, di espressione, di carattere, di ritmo.
Per accelerare o diminuire i movimenti ritmici si usano le notazioni accel (per accelerando) e rall (per rallentando), tempo (per annullare una precedente variazione di tempo), tempo I (per riprendere il tempo d’inizio del pezzo); per indicare il modo in cui i suoni sono concatenati tra loro si usano i segni d’articolazione (legato semplice, staccato ecc.); per segnalare le variazione di intensità sonora si usano i simboli del crescendo (<) e del diminuendo (>).

Tutte queste indicazioni, interpretate dalla personale sensibilità dell’esecutore, costituiscono la cosiddetta agogica musicale.

 

Il ritmo nella poesia

Nella poesia l’unità di base, la pulsazione o battito, è rappresentata dalla sillaba e il ritmo è definito come il succedersi nel verso di sillabe toniche e atone, ovvero di momenti forti e deboli, di arsi e tesi.

Anche in poesia, quindi, l’elemento di riferimento ricorrente e significativo per l’organizzazione della successione ritmica delle sillabe è l’accento.

In luogo della battuta identifichiamo come cellula ritmica fondamentale il piede e diciamo che il piede è l’unità metrico-ritmica compresa tra due sillabe toniche.

Nella metrica greca e latina il piede è definito esattamente come un gruppo unitario di due o più sillabe brevi o lunghe in cui si distinguono l’arsi, l’elemento forte, segnato dall’ictus, e la tesi, l’elemento debole dove la voce si abbassa. (3)

All’interno del piede l’unità di misura è la sillabe breve (chr—onos pro™tos = “tempo primo”; in lat. mora) e viene indicata con il simbolo “È”: vale pertanto l’equazione “lunga = breve breve” (— = È È).

Non solo: le misure principali vengono distinte sulla base del numero di tempi primi in esse compresi. Abbiamo quindi, per citarne solo alcune:

  • misure a due tempi: pirrichio (È È)
  • misure a tre tempi: giambo (È —), trocheo (— È), tribraco (È È È)
  • misure a quattro tempi: spondeo (— —), dattilo (— È È), anapesto (È È —), anfibraco  (È — È), proceleusmatico (È È È È)

Esistono poi misure a cinque, sei, sette e otto tempi, ma non è qui rilevante elencarle tutte. (4)

Possiamo inoltre distinguere tra:

  • piedi ascendenti: quelli che cominciano in tesi e vanno via via rafforzandosi verso l’arsi (es.: È È —)
  • piedi discendenti: quelli che cominciano in arsi e decrescono verso la tesi (es.: — È È)

Nella metrica italiana, in cui ha perso ogni rilevanza la quantità vocalica, diciamo semplicemente che un piede è un gruppo unitario di sillabe in arsi e sillabe in tesi.

Con il simbolo “+” indichiamo le sillabe toniche e con il simbolo “” le sillabe atone.

Ovviamente, non essendoci distinzione tra sillabe brevi e sillabe lunghe, ciò che conta è solo la disposizione degli accenti, e quindi è andata perduta la grande varietà di misure presente nella metrica greca e latina.

Essenzialmente abbiamo due misure e quattro cellule ritmiche:

Il ritmo di un verso e di un componimento è dato dalla successione e dalla combinazione di queste cellule ritmiche fondamentali. Potremo avere pertanto quattro cadenze ritmiche principali:

Chiaramente è poi possibile comporre le misure ritmiche semplici in misure composte. Potremo quindi avere, per esempio, questi ritmi composti:

  • trocaico-dattilico:
    Quanto più disïose l’ali spando (Rvf, 139, 1)
  • giambico-anapestico:
    O falce di luna calante (D’Annunzio, Canto Novo, X, 1)
  • giambico-anapestico (nel primo emistichio) e trocaico-dattilico (nel secondo emistichio):
    Le donne i cavalier l’arme gli amori (Orlando furioso, I, 1)
  • anapestico-dattilico:
    Il giorno fu pieno di lampi (Pascoli, Canti di Castelvecchio – La mia sera, 1)

Infine, anche in poesia, come in musica, il ritmo non è dato esclusivamente dalla disposizione degli accenti.

Il metro è la misura del ritmo, ne è l’aspetto esteriore, ma non è l’unico elemento funzionale alla definizione del ritmo di un verso e di un componimento: il metro fissa un elemento costante su cui articolare il ritmo, ma quest’ultimo deriva «dal comporsi di una sempre nuova varietà di elementi con un elemento costante.» (5)

Se il ritmo fosse dato da uno schema metrico astratto e ripetibile, versi pur differenti ma con lo stesso schema metrico apparirebbero simili tra loro: «se il verso fosse costituito unicamente dall’elemento costante, sarebbe povera cosa; ma esso è un essere vivente, la cui vita è data dalla varietà portata sul ripetersi di uno schema costante. L’elemento costante – il ritornare di alcuni accenti – dà esattamente rilievo a questa varietà, che è data dal variare degli accenti, ma anche delle parole e dei suoni.» (6)

I due versi seguenti

di qua, di lˆà, di giù, di su li mena (Inf., V, 43)

e bianca neve scender senza venti (Cavalcanti, Biltà di donna, 6)

hanno gli accenti nelle medesime posizioni (2ª-4ª-6ª-8ª-10ª) e ritmo giambico, ma sono diversi tra loro.
Nel primo verso le parole sono brevissime (tutti monosillabi tranne l’ultima), gli accenti cadono tutti su parole monosillabe, la scansione è netta, la cadenza martellante e rapida (“giambo” viene dal greco iapto: lancio, colpisco, batto).
Nel secondo verso, invece, il ritmo è più disteso, il ripetersi delle “e” allunga in certo qual modo la pronuncia e l’accentazione risulta meno marcata.

La varietà, e quindi il ritmo, è data sì in primis dal variare degli accenti, ma anche dalla disposizione delle parole, dal loro significato, dalla loro estensione, dal loro colore e dai loro suoni, dall’organizzazione delle sequenze verbali (armonie, simmetrie, dissonanze, rime ecc.), così come dal contesto complessivo del componimento, dagli enjambement, dal giro sintattico del discorso.

 


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(1) Il greco rythmos contiene la stessa radice di rheo: scorrere.
(2) Per quello che segue vd. O. Karoly, La grammatica della musica, Torino, Einaudi, 2000; e anche Introduzione al linguaggio musicale.
(3) G. Bertone, Breve dizionario di metrica italiana, Torino, Einaudi, 1999, all voce “Piede”.
(4) Vd. Ivi.
(5) M. Fubini, Lezioni sulle forme metriche italiane. Dal Duecento al Petrarca. Vol. I, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 25.
(6) Ibidem, p. 26.