Libertà e limite: la vita del verso


Eliot conclude così le sue Reflections on vers libre: «la distinzione tra verso conservativo e verso libero non esiste: ci sono solo versi buoni, versi cattivi e il caos». Di fatto per Eliot il verso libero non esiste in quanto tale: ogni tentativo di darne una definizione positiva fallisce, così come quello di caratterizzarlo per via negativa.

Si è molto spesso tentati di dire che il tratto distintivo del verso libero è l’assenza di una strutturazione metrica, il rifiuto del ricorrere a schematismi metrici. E tuttavia ogni verso può essere suddiviso in piedi o sillabe. Può non essere riconducibile a una qualche forma metrica codificata della tradizione, ma certamente ogni verso ha una struttura sottostante distintiva.

Le forme metriche più semplici – osserva Eliot – consistono nella ripetizione regolare di una combinazione sillabica: di una sillaba lunga e di una breve o di una breve e di una lunga. Di per sé però non c’è ragione perché in un singolo verso debba esserci una simile ripetizione regolare, perché non debbano esserci (come di fatto ci sono) versi scomponibili solo in piedi tra loro differenti. La scansione sillabica di un verso di questo tipo non ci aiuta in alcun modo a renderlo più intelligibile rinvenendo in esso una qualche struttura caratteristica.

Questo non significa però che tale struttura sia totalmente assente, perché il verso in sé e per sé, isolatamente preso, è una mera astrazione. Un verso esiste solo in relazione agli altri versi con i quali dà origine ad un componimento poetico: i suoi elementi costitutivi prendono senso se rapportati agli elementi dei versi contigui e il solo scopo di questa operazione è di produrre effetti ricorrenti, analogie, richiami,  ripetizioni o contrasti.
Ma tutto questo altro non è che dare al verso una struttura metrica, un modello di riferimento, di forma regolare e discernibile.

«Il verso più interessante che sia stato mai scritto nella nostra lingua – scrive Eliot – è stato creato o prendendo una forma elementare, come il pentametro giambico, e allontanandosi da essa, oppure non prendendo a riferimento alcuna forma e approssimandosi via via ad una forma elementare. E’ questo contrasto tra fissità e flusso, questa impercettibile evasione dalla monotonia, che è la vita reale del verso».
I buoni versi, ma anche quelli cattivi, hanno sempre una forma metrica: nei primi è felice, nei secondi è mal riuscita; ma se non c’è forma non c’è verso, c’è solo caos.

In sintesi possiamo al più affermare che il verso libero è un verso “liberato” dalla metrica tradizionale: il verso libero è solo un «grido di battaglia di libertà; ma nell’arte non esiste libertà e anche il migliore dei versi liberi è tutto fuorché libero».
In ogni verso, anche nel peggiore, è sempre rintracciabile una qualche strutturazione che lo caratterizza (preso a sé e rapportato ad altri versi): «anche dietro l’arazzo del più ‘libero’ dei versi si nasconde il fantasma di qualche forma metrica […]. O, la libertà è realmente tale solo quando appare sullo sfondo di una limitazione artificiale».

Chiudiamo con Montale (La poesia d’oggi, in “La Gazzetta del popolo” di Torino, 04.11.1931): «Tutte le buone liriche obbediscono ad una legge, anche se invisibile […]. L’architettura prestabilita, la rima, ecc. hanno avuto un significato ben più profondo di quanto non credano i poeti liberisti. Esse sono sostanzialmente ostacoli e artifici. Ma non si dà poesia senza artifizio».

Non c’è testo poetico che non abbia una struttura metrica.